La debolezza è solo forza che non è stata ancora compresa.
Archivi categoria: storie di vita
Cronache di una Pasqua al supermercato
La Pasqua non è il Natale, non è “volemose tutti bene”; soprattutto nei supermercati, il giorno prima della festività… è degradazione, violenza e agguati al carrello del vicino. I supermercati, nel periodo pasquale, si trasformano nel Vietnam: è un inferno in cui l’amore fraterno del Natale non esiste; non è più un “prego, passi lei”, ma un “chittesencula” mentre sfrecciano con il loro carrello.
La Pasqua è cercare come un cretino il carrello nel parcheggio, cedendo stupidamente (forse) a chiunque sembri più di fretta di te l’ultimo carrello, per poi ricominciare a cercare cinquanta metri più in là e ripetere questa operazione quattro volte. Tutti di fretta o tutti stronzi che ti passano davanti senza nemmeno chiedere scusa?
La Pasqua è un ingorgo costante di carrelli messi a caso in posti che nemmeno immaginavi fossero transitabili; è fare anche solo la coda per vedere se c’è un’offerta sui Pan di Stelle, per scoprire poi che sono finiti… e intanto ci hai messo venti minuti solo per avvicinarti allo scaffale.
La Pasqua è il grido d’arrembaggio di un vecchio incarognito e rincoglionito quando lancia l’assalto all’arma bianca verso l’ultimo uovo di Pasqua Kinder One Piece da regalare al nipote, che probabilmente conosce One Piece solo perché ora è di moda… e al vecchio non importa se quell’ultimo uovo — letteralmente l’ultimo, scovato in mezzo ad altri cento Uova Kinder Unicorno di cui non frega nulla a nessuno — fosse nel mio carrello. Potevo reagire, ma a che scopo fare una scenata davanti al nipote? Per il ragazzino era solo un uovo con un giocattolo di moda; per me era un pezzo della mia giovinezza. E dato che il sogno di Monkey D. Rufy è organizzare una festa immensa e condividere un pasto con tutti, senza distinzioni, garantendo libertà e cibo a sazietà…ho condiviso, cedendogli mio malgrado l’uovo, e ho lasciato perdere.
Alla fine esco, un po’ intristito dal caos e dalle persone. Qualcuno tenta di strapparmi di mano il carrello, offendendosi e desistendo quando gli dico che uso una moneta finta di plastica per sbloccarlo… ma sono solo voci di contorno. Nella mia mente, oltre al pensiero di essermi trovato in quello che sembrava un test di sociologia — tipo uno Squid Game, ma senza morti alla fine — rimane un’idea semplice: che anche quest’anno, nell’uovo, ci sarà il solito portachiavi brutto. Niente sorpresa Kinder per me.
I cioccolatini hanno gli occhi…
Non preoccuparti se ti fissano,
è solo cioccolato… credo.
Ma nei riflessi di zucchero e pece
si muove qualcosa, lento, vivo.
Li mordi — e senti un brivido,
un sussurro dolce, funereo, lieve.
Dentro, non c’è ripieno,
solo oscurità che sa di cacao e segreti.
I cioccolatini hanno gli occhi,
e un debole per le persone curiose.
Stanotte li poserò sul davanzale,
forse uno, forse due… mi guarderanno dormire.

Una riga di codice tra un milione di anni
Tra un milione di anni, le stelle avranno cambiato posto,i mari si saranno ritirati,le città sbriciolate in polvere sottile.
Eppure, in un frammento di memoria dimenticata,tra dati corrotti e bit dormienti,una singola riga di codice è ancora lì.
Non fa più nulla.
Non controlla processi, non apre finestre,non restituisce valori.Ma esiste.
Chi l’ha scritta aveva dita stanche,una tazza di caffè tiepido accanto e il cuore pieno di sogni che nessun compilatore potrà mai interpretare.
Forse aveva aggiunto un commento:
// un giorno, qualcuno capirà perché questo mi ha reso felice
E così, in quel piccolo gesto, un uomo del passato — un programmatore,
un sognatore di logiche e calore — ha lasciato un messaggio all’eternità.
Non per essere ricordato, ma per ricordare lui stesso che anche i numeri, se amati,
possono raccontare storie.
E così, la riga resta. Nel buio profondo, senza lettore né scopo,
brilla ancora un istante, come una stella scritta a mano nell’universo digitale
Vorrei vorrei…
Vorrei un cielo azzurro, di quell’azzurro che ti fa piangere da quanto è bello.
Vorrei un abbraccio lungo come un anno luce: non infinito, ma abbastanza lungo da quasi annoiarmi.
Vorrei che questo abbraccio fosse bollente o tiepido e confortevole… a seconda della situazione.
Vorrei che il mio nome venisse sussurrato con dolcezza almeno una volta nella vita (no, mamma non conta in questo caso).
Vorrei che a qualcuno mancasse il fiato e perdesse un battito di cuore quando entro in una stanza.
Vorrei una nuvola che cambia forma ogni volta che distolgo lo sguardo e ritorno a guardarla.
Vorrei non ingrassare se mangio una fetta di dolce in più… tanto la mangerei comunque.
Vorrei avere più coraggio e intraprendenza, ma ci sto lavorando.
Vorrei correre senza stancarmi, in caso di apocalisse zombie.
Vorrei saper volare, così almeno i viaggi mi costerebbero un po’ di meno.
Vorrei un bacio che sa di casa, anche se casa non l’ho ancora trovata. Sì, un tetto sulla testa ce l’ho, sia chiaro.
Vorrei non essere stonato: mi basterebbe, almeno una volta nella vita, cantare We Are the Champions senza sembrare un gatto a cui hanno tirato la coda.
Vorrei non uccidere tutte le piante su cui metto le mani. Ancora rido pensando a quel bonsai che mi avevano venduto come “immortale”… finito secco e decrepito, tipo albero in un film horror sulla mia scrivania.
Vorrei saper disegnare e no: un cerchio e cinque linee per un omino non è considerato “saper disegnare”.
Vorrei assaggiare qualsiasi tipo di cibo presente sul pianeta. Il cibo, credo, sia un modo per capire le culture diverse dalla nostra e, se ci fai caso, molti sapori sono simili tra loro anche a distanza di 10.000 chilometri. Quindi… forse non siamo poi così diversi gli uni dagli altri?
Vorrei imparare a volermi bene non solo quando faccio qualcosa di giusto, ma anche quando inciampo… soprattutto quando inciampo.
Vorrei aver tenuto testa a quei cazzo di bulletti a scuola. Avete idea di quanto male mi avete fatto? “Erano solo ragazzi che scherzavano”, mi dicevano. Ma porca puttana, ancora vi odio ma so che non dovrei. Se ora vi vedessi ricoperti di fiamme, potrei anche decidere di non sprecare neanche una pisciata per spegnerle.
Vorrei non pensare che a volte la mia gentilezza mi sia stata d’impiccio… ma continuo a esserlo comunque.
Vorrei trovare qualcuno con cui possa essere stupido senza vergognarmi.
Vorrei girare il mondo in monopattino, passando anche sopra l’acqua.
Vorrei conoscere persone che mi ribaltino il modo di vedere il mondo, ma in modo gentile.
Vorrei imparare almeno dieci frasi in ogni lingua del pianeta: “buongiorno”, “grazie”, “scusa” e “dove si mangia bene qui?”… ma anche un “vaffanculo”.
Vorrei vedere il futuro più spesso a colori. Ogni tanto mi capita ancora di immaginarlo in toni di grigio, o anche peggio… ma forse è normale.
Fino al silenzio
Questa notte ho sognato di baciare un’onda del mare
e le ho sussurrato di cercare il mio amore in giro per il mondo.
Corri, ti prego, corri,
non ti fermare:
in ogni angolo del mondo, tu che puoi.
Cercalo.
Trovalo.
Trovalo e conducilo.
Lo riconoscerai dal cuore,
dal filo del destino che ci lega.
E poi portalo da me,
anche se ci volessero mille anni,
portalo da me.
E se qualcuno, in un angolo remoto del mondo,
ti avesse fatto la stessa richiesta?
Trovami.
Conducimi.
Anche se dovessi attraversare il tuo corpo burrascoso a nuoto,
io che non so nuotare.
Anche se ci volessero altri mille anni,
portami da lui.
Portami da lei.
Anche se mi riempissi i polmoni,
anche se mi facessi mancare il respiro,
anche se mi trascinassi sempre più giù,
più giù,
più giù…
fino al silenzio.
Portami.
Conducimi.
E la luce che vedrei
sarebbe la fine del mio viaggio.
AAA Cercasi
AAA Cercasi forza di volonta per non arrendersi ad un lavoro che ormai più che una passione è diventato una via crucis. Sempre di passione si tratta ma con significato leggermente differente.
Chi ha detto: “Fai il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno della tua vita.” avrebbe dovuto aggiungere:
1- a patto che non te lo facciano odiare
2- a meno che tu non lavori in italia
3- a meno che non si decida che si debba fare tutto di fretta.
4- a meno che più che un divertimento non diventi un 41bis(carcere duro)
Mai avrei pensato che un lavoro di scrivania che una volta era anche il mio hobby, a meta della mia vita lavorativa o quasi, sarebbe diventato anche la mia croce, il mio peso.
A volte mi sembra di vivere dentro una sitcom americana, ma senza le risate registrate — e senza il lieto fine. Solo enigmi continui, come in un’escape room dove ogni indizio porta a un’altra porta chiusa. E l’uscita? Forse non esiste.
Eroi di un tempo lontano lontano: come nasce una leggenda.
La storia che sto per narrarvi si è svolta molti anni fa, ormai si è quasi persa nelle pieghe del tempo. Narra di gesta eroiche, di eroi pronti a mettersi in mostra, di panini mezzi mangiati, di una lezione scolastica poco interessante e di un bustone formato famiglia di pop corn.
Questa storia è talmente indietro negli anni che potrei esserne il protagonista come potrei esserne solamente il narratore; potrei essermela inventata completamente o forse no? Non avete modo di saperlo, dovete fidarvi del vostro umile narratore.
Non è così che nascono le leggende metropolitane?
Ma non indugio oltre, lascio spazio alla storia che fu.
Era un sabato di scuola, la lezione di matematica era più noiosa del solito, così decisi di convincere la professoressa a farmi fare un giro fuori dall’aula per tutto il resto della mattinata. Diciamo solo che per convincerla ho dovuto darle modo di cacciarmi.
Ebbene, finalmente dopo circa 40 minuti di lezione da quando ero entrato in classe, ero fuori, libero, leggiadro e saltellante per i corridoi della scuola. E ora? Mi ci voleva qualcosa che stimolasse la mia creatività, che mi divertisse. Ok, avevo un’idea, mi servivano solamente qualche eroe disposto a mettersi in mostra, un panino (che già avevo, anche se mezzo masticato in fondo alla tasca della giacca) e soprattutto essere fuori dalla scuola.
Fu così che, in un tripudio di acrobazie, gesti nobili, salvataggi al limite dell’umano, enigmi risolti, gesti atletici incredibili… io e altri 6 amici riuscimmo ad uscire dalla scuola per attuare il mio diabolico piano. Punto fondamentale di tutta l’operazione fu quello di distrarre il bidello a guardia della porta di entrata della scuola con il panino mezzo masticato, recuperato dal fondo della tasca. Aggiungo che non fu mia intenzione farlo chiudere in bagno per la quasi totalità delle 24 ore successive a causa di una leggerissima dissenteria; il panino era nella mia tasca da nemmeno 2 settimane e credevo in tutta onestà che fosse ancora buono. Poi, non è nemmeno colpa mia se lo ha “bevuto”. Sì, avete capito bene: lo ha letteralmente bevuto, altrimenti non mi spiegherei una velocità simile. Un battito di ciglia e il panino era bello che andato.
Gli storici che si occuperanno di redigere la cronaca di questi avvenimenti condanneranno gli eventi che accaddero? Questo non potevo saperlo, sapevo solo che sarei entrato nella leggenda per i secoli dei secoli.
Eravamo fuori. Aria pulita (o quasi), cielo azzurro, sole caldo, un po’ di arietta… che bella la primavera. Ma soprattutto, di fronte a noi avevamo l’obiettivo delle imprese compiute durante la mattinata: la macchina del professore. Una piccola macchinina di quelle vecchie, tenute in piedi dal nastro isolante e con a malapena il posto per il guidatore. Tenete a mente questo ultimo particolare: la macchina era piccola e “leggera”.
Avremmo messo in atto uno scherzo; anzi no, non uno scherzo, ma LO scherzo definitivo, il non plus ultra degli scherzi. Oltre a questo non c’è stato e non ci sarà nulla.
Fu così che, con muscoli contratti al massimo, imprecazioni, incoraggiamenti, sforzi sovrumani, sudore… riuscimmo a spostare la macchina del professore. “Dove?” mi chiederete voi. Io ovviamente vi risponderei: “In mezzo a quella strada a un’unica corsia”. Mentre vi rispondo, non fate caso a me e ai miei amici che ci allontaniamo con passo veloce e deciso…
…ora lasciamo i nostri eroi a sgranocchiare pop corn, lasciamoli riposare in un posto appartato quel tanto che basta per non essere visti, ma al tempo stesso godersi lo spettacolo del professore che tentava di giustificare la coda dietro la sua auto alle forze dell’ordine di passaggio.
Lasciamoli nella dissolvenza fumosa del tempo che fu, lasciamoli entrare nella leggenda; lasciamoli tornare a riposare in fondo alla memoria, lasciamoli lì in un ultimo bagliore di giovinezza e spensieratezza. Lasciamoli lì a rimanere giovani, spensierati come non lo saranno mai più.
Un luglio Infinito
Anno stellare 176 luglio 2025
il mese non accenna a finire, scienziati suppongono che abbia fagocitato i mesi successivi… Si registrano avvistamenti confusi di panettoni nei supermercati, ma nessuno osa pronunciare la parola “natale“.
Il Lavoro non è altro che un fastidio tra una Viaggio e l’altro