Scoprire che l’amore ha gli artigli

Mi hanno strappato il cuore più e più volte, senza pietà, come se fosse fatto di carta. Ma non una carta di quelle belle, con cui fare un origami colorato da tenere con cura — no. Il cuore mi è stato strappato come se fosse una carta di scarto, come se non valesse nulla: uno scontrino usato, un biglietto del cinema di un film brutto, la ricevuta di una multa.
Però, se potessi parlare con il me del passato…

Mi direi: «provaci lo stesso, vedi come va. Ci starai male una, dieci, cento, diecimila volte, e ti farai male ancora, anche adesso, anche con altre persone, anche tra dieci anni. Però almeno vuol dire vivere, vuol dire capire che non sei arido come pensavi.

“Prova lo stesso. Starai male mille volte, ma almeno starai. Almeno proverai qualcosa. Capirai che sei vivo”
Vedi? Puoi soffrire anche tu per dei sentimenti che non credevi di avere.
Sai che ti farà male lo stomaco per la tensione, e che anche solo vederla salutarti da dieci metri ti farà sprofondare nell’angoscia. Sì, sì: ti dirà “buone vacanze” dall’altra parte della strada, senza avvicinarsi, solo una mano alzata e un mezzo sorriso.
Ti chiederai che cosa hai fatto e perché, ma non avrai risposta. Non subito, e forse mai.
Ma andrai avanti — lo so che è brutto da dire, ma andrai avanti — e capirai che l’amore non è solo una frase su un cioccolatino.
L’amore ha dei cazzo di artigli che ti graffiano se non stai attento. Devi curarlo, portarlo avanti con tutto quello che hai. Amare con tutto te stesso, anche se farà male anche se non sarà mai ricambiato.»

Piango ancora per non poter condividere un bel paesaggio con qualcuno o qualcuna, mano nella mano.

Una mano nella mano non è solo pelle — è condivisione, è dire “guarda anche tu quello che vedo io, sentilo con me, custodiscilo con me, provalo con me”.

Ho visto lo skyline di Tokyo l’anno scorso: era sera e in lontananza, in mezzo alla pioggia, si vedevano fuochi d’artificio come fiori colorati nel cielo.”Dio come sono belli, è la citta che con la pioggia della sera fiorisce” pensavo. Avevo quasi male al petto per la bellezza di quello che vedevo, ma ero lì da solo e avrei voluto scambiare uno sguardo fugace con qualcuno, per comunicare silenziosamente un discorso intero in un battito di cuore, tra un respiro e l’altro, oppure un abbraccio di un secondo che dia calore e affetto, come se fossero mille gli abbracci. Però ero lì, in mezzo ad altri ma totalmente solo, non potevo condividere quel momento. Però voglio ancora crederci: voglio credere che prima o poi troverò la persona con cui condividere un momento simile. Quindi, anche se l’amore ha sì degli artigli affilati, devo e voglio vivere per un momento così.

L’amore, per me, non ha genere: uomo o donna non fa differenza. L’amore è una connessione profonda, è presenza, è esserci davvero. È chiedere se e cosa si è mangiato, è toccarsi timidamente le mani sotto un ombrello mentre fuori piove, è sorseggiare un sake guardando lo skyline di Tokyo e godere della presenza reciproca, anche senza toccarsi. E’ un bacio leggero ai lati della bocca, o uno di quelli viscerali e umidi. È tenersi stretti e restare vicini nella vita quotidiana. L’amore non solo si fa, si costruisce ogni cazzo di giorno, anche quando ha dei fottuti artigli. L’amore è potente, ma anche devastante.

La teoria del Turing inverso


Ovvero: e se le intelligenze artificiali non fossero mai esistite?

La teoria parte da un presupposto tanto semplice quanto inquietante: le IA generative non esistono.

E se la più grande rivoluzione tecnologica della storia fosse in realtà la più grande truffa mai orchestrata?

Quando scrivi una domanda a ChatGPT, Codex o Gemini, credi di interagire con un’intelligenza artificiale. In realtà, il tuo messaggio viene inoltrato a un altro essere umano, dall’altra parte del mondo.

Quest’altro utente, però, non sa di stare parlando con te. È convinto, a sua volta, di interagire con un’intelligenza artificiale che gli ha appena posto una domanda, magari particolarmente stupida.

Così ti risponde, magari anche insultandoti, convinto di star prendendo in giro una macchina.

La sua risposta viene quindi recapitata a te, che la interpreti come il risultato di un modello linguistico.

Entrambi credete di parlare con una macchina. Entrambi state parlando con un essere umano.

Il sistema di occultamento

Naturalmente, una truffa di queste dimensioni richiede alcune precauzioni.

1. Separazione geografica

L’utente A e l’utente B si trovano sempre in continenti diversi, possibilmente con lingue madri differenti. Questo riduce drasticamente la possibilità che si conoscano, si incontrino o riconoscano il proprio interlocutore.

2. L’illusione della concorrenza

ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot e tutte le altre piattaforme non sono aziende concorrenti. Sono facciate diverse di un’unica gigantesca infrastruttura di smistamento delle conversazioni umane.

La presunta competizione tra modelli serve soltanto a rendere la messinscena più credibile.

3. L’incrocio obbligatorio delle piattaforme

Per evitare che qualcuno scopra il meccanismo, due utenti collegati tra loro non utilizzano mai la stessa piattaforma.

Per esempio:

  • L’utente A scrive una domanda su ChatGPT.
  • L’utente B la riceve su Gemini, credendo che sia stata generata da un’IA.
  • L’utente B risponde su Gemini.
  • L’utente A riceve la risposta su ChatGPT, convinto che sia stata prodotta dall’IA.

E così via, in una rete potenzialmente infinita di esseri umani che si scambiano messaggi credendo di interagire con macchine.

Il vero colpo di genio

Il sistema non ha bisogno di simulare l’intelligenza umana, perché utilizza direttamente l’intelligenza umana.

Non deve superare il Test di Turing: lo aggira completamente.

E quando un’IA sbaglia, inventa informazioni, fraintende una domanda o risponde in modo assurdo, non è un problema di allucinazioni del modello.

È semplicemente un tizio dall’altra parte del pianeta che non ha capito niente, non conosce la risposta o ti sta prendendo per il culo.

La conclusione inquietante

Per decenni ci siamo chiesti se una macchina sarebbe mai riuscita a convincere un essere umano di essere intelligente.

Ma forse abbiamo sempre posto la domanda sbagliata.

E se fosse bastato convincere due esseri umani che l’altro fosse una macchina?

In questo scenario, l’intelligenza artificiale non rappresenterebbe il superamento del Test di Turing, ma il suo più grande ribaltamento.

Un gigantesco esperimento sociale nel quale miliardi di persone continuano a dimostrare quotidianamente l’esistenza dell’intelligenza artificiale, semplicemente non accorgendosi di stare parlando tra loro.

La debolezza è solo forza che non è stata ancora compresa.

Cronache di una Pasqua al supermercato

La Pasqua non è il Natale, non è “volemose tutti bene”; soprattutto nei supermercati, il giorno prima della festività… è degradazione, violenza e agguati al carrello del vicino. I supermercati, nel periodo pasquale, si trasformano nel Vietnam: è un inferno in cui l’amore fraterno del Natale non esiste; non è più un “prego, passi lei”, ma un “chittesencula” mentre sfrecciano con il loro carrello.

La Pasqua è cercare come un cretino il carrello nel parcheggio, cedendo stupidamente (forse) a chiunque sembri più di fretta di te l’ultimo carrello, per poi ricominciare a cercare cinquanta metri più in là e ripetere questa operazione quattro volte. Tutti di fretta o tutti stronzi che ti passano davanti senza nemmeno chiedere scusa?

La Pasqua è un ingorgo costante di carrelli messi a caso in posti che nemmeno immaginavi fossero transitabili; è fare anche solo la coda per vedere se c’è un’offerta sui Pan di Stelle, per scoprire poi che sono finiti… e intanto ci hai messo venti minuti solo per avvicinarti allo scaffale.

La Pasqua è il grido d’arrembaggio di un vecchio incarognito e rincoglionito quando lancia l’assalto all’arma bianca verso l’ultimo uovo di Pasqua Kinder One Piece da regalare al nipote, che probabilmente conosce One Piece solo perché ora è di moda… e al vecchio non importa se quell’ultimo uovo — letteralmente l’ultimo, scovato in mezzo ad altri cento Uova Kinder Unicorno di cui non frega nulla a nessuno — fosse nel mio carrello. Potevo reagire, ma a che scopo fare una scenata davanti al nipote? Per il ragazzino era solo un uovo con un giocattolo di moda; per me era un pezzo della mia giovinezza. E dato che il sogno di Monkey D. Rufy è organizzare una festa immensa e condividere un pasto con tutti, senza distinzioni, garantendo libertà e cibo a sazietà…ho condiviso, cedendogli mio malgrado l’uovo, e ho lasciato perdere.

Alla fine esco, un po’ intristito dal caos e dalle persone. Qualcuno tenta di strapparmi di mano il carrello, offendendosi e desistendo quando gli dico che uso una moneta finta di plastica per sbloccarlo… ma sono solo voci di contorno. Nella mia mente, oltre al pensiero di essermi trovato in quello che sembrava un test di sociologia — tipo uno Squid Game, ma senza morti alla fine — rimane un’idea semplice: che anche quest’anno, nell’uovo, ci sarà il solito portachiavi brutto. Niente sorpresa Kinder per me.

Chihuahua Tornado

Ero sulla pista ciclabile come al solito. Mi piace correre quando l’aria è pulita e limpida, riesco a vedere molto lontano. Spesso mi viene da pensare a quanto sarebbe bello, con un solo passo, arrivare fino a quelle cime innevate così distanti, gettarmi nella neve e fare un angelo come quando ero bambino.

Oggi però c’era vento. Molto vento. Un vento che mi faceva pensare a Dorothy e al suo tornado verso il magico regno di Oz. Mi piace camminare anche quando c’è vento, non è il mio clima ideale, ma ha il suo fascino.

In lontananza vedevo una famigliola che giocava con degli aquiloni. Due aquiloni, per la precisione. Correvano e ridevano, mentre i loro aquiloni eseguivano evoluzioni folli, combattimenti aerei da far girare la testa. Salivano, scendevano in picchiata, si avvitavano, si confondevano con le nuvole… sembrava quasi che avessero vita propria.

Man mano che mi avvicinavo, però, qualcosa non tornava. Le grida gioiose… suonavano troppo acute, troppo disperate. E quegli aquiloni che fino a poco fa sembravano solo pezzi di carta e legno… sembravano respirare.

All’improvviso mi trovai di fronte alla verità: non erano aquiloni. Erano Chihuahua. Piccoli, terrorizzati, con i vestitini sgargianti che il vento gonfiava come vele impazzite. Combattevano tra loro, trascinati dalla corrente furiosa, mordendosi e girando in aria come minuscoli stuntman assassini. Pazzi di terrore. I guinzagli l’unico punto di contatto che li tratteneva ancora in qualche modo alla normalità della loro vita quitidiana.

I padroni sotto urlavano disperati, cercando di afferrare le loro povere creature mentre il vento le faceva volteggiare come palline impazzite. E io lì, paralizzato, a guardare il caos: una guerra canina volante, sotto un cielo limpido, tra urla, vento e vestitini colorati.
Poi, avvicinandomi, compresi finalmente uno dei motivi delle urla: la famigliola era ricoperta di sangue. Gocce cremisi cadevano dal cielo, sprizzate dal combattimento aereo dei Chihuahua assassini, ricoprendo le figure terrorizzate e amplificando il caos già totale. I piccoli cani, con i loro vestitini sgargianti, saltavano, giravano e si mordevano senza pietà, trascinati dal vento impazzito. Ogni evoluzione aerea terminava con un morso, e ogni morso generava nuove gocce cremisi, trasformando il cielo in un surreale tappeto rosso di terrore.

E mentre correvo, li sorpassai lasciandoli alle mie spalle cercando di non finire coinvolto in qualche “evoluzione aerea” di Chihuahua, pensai che forse… questo era il momento in cui il mondo aveva deciso di ridere del mio senso di pace e tranquillità.

I cioccolatini hanno gli occhi…

Non preoccuparti se ti fissano,
è solo cioccolato… credo.
Ma nei riflessi di zucchero e pece
si muove qualcosa, lento, vivo.

Li mordi — e senti un brivido,
un sussurro dolce, funereo, lieve.
Dentro, non c’è ripieno,
solo oscurità che sa di cacao e segreti.

I cioccolatini hanno gli occhi,
e un debole per le persone curiose.
Stanotte li poserò sul davanzale,
forse uno, forse due… mi guarderanno dormire.

Una riga di codice tra un milione di anni

Tra un milione di anni, le stelle avranno cambiato posto,i mari si saranno ritirati,le città sbriciolate in polvere sottile.

Eppure, in un frammento di memoria dimenticata,tra dati corrotti e bit dormienti,una singola riga di codice è ancora lì.

Non fa più nulla.
Non controlla processi, non apre finestre,non restituisce valori.Ma esiste.

Chi l’ha scritta aveva dita stanche,una tazza di caffè tiepido accanto e il cuore pieno di sogni che nessun compilatore potrà mai interpretare.

Forse aveva aggiunto un commento:

// un giorno, qualcuno capirà perché questo mi ha reso felice

E così, in quel piccolo gesto, un uomo del passato — un programmatore,
un sognatore di logiche e calore — ha lasciato un messaggio all’eternità.

Non per essere ricordato, ma per ricordare lui stesso che anche i numeri, se amati,
possono raccontare storie.

E così, la riga resta. Nel buio profondo, senza lettore né scopo,
brilla ancora un istante, come una stella scritta a mano nell’universo digitale

Vorrei vorrei…

Vorrei un cielo azzurro, di quell’azzurro che ti fa piangere da quanto è bello.
Vorrei un abbraccio lungo come un anno luce: non infinito, ma abbastanza lungo da quasi annoiarmi.
Vorrei che questo abbraccio fosse bollente o tiepido e confortevole… a seconda della situazione.
Vorrei che il mio nome venisse sussurrato con dolcezza almeno una volta nella vita (no, mamma non conta in questo caso).
Vorrei che a qualcuno mancasse il fiato e perdesse un battito di cuore quando entro in una stanza.
Vorrei una nuvola che cambia forma ogni volta che distolgo lo sguardo e ritorno a guardarla.
Vorrei non ingrassare se mangio una fetta di dolce in più… tanto la mangerei comunque.
Vorrei avere più coraggio e intraprendenza, ma ci sto lavorando.
Vorrei correre senza stancarmi, in caso di apocalisse zombie.
Vorrei saper volare, così almeno i viaggi mi costerebbero un po’ di meno.
Vorrei un bacio che sa di casa, anche se casa non l’ho ancora trovata. Sì, un tetto sulla testa ce l’ho, sia chiaro.
Vorrei non essere stonato: mi basterebbe, almeno una volta nella vita, cantare We Are the Champions senza sembrare un gatto a cui hanno tirato la coda.
Vorrei non uccidere tutte le piante su cui metto le mani. Ancora rido pensando a quel bonsai che mi avevano venduto come “immortale”… finito secco e decrepito, tipo albero in un film horror sulla mia scrivania.
Vorrei saper disegnare e no: un cerchio e cinque linee per un omino non è considerato “saper disegnare”.
Vorrei assaggiare qualsiasi tipo di cibo presente sul pianeta. Il cibo, credo, sia un modo per capire le culture diverse dalla nostra e, se ci fai caso, molti sapori sono simili tra loro anche a distanza di 10.000 chilometri. Quindi… forse non siamo poi così diversi gli uni dagli altri?
Vorrei imparare a volermi bene non solo quando faccio qualcosa di giusto, ma anche quando inciampo… soprattutto quando inciampo.
Vorrei aver tenuto testa a quei cazzo di bulletti a scuola. Avete idea di quanto male mi avete fatto? “Erano solo ragazzi che scherzavano”, mi dicevano. Ma porca puttana, ancora vi odio ma so che non dovrei. Se ora vi vedessi ricoperti di fiamme, potrei anche decidere di non sprecare neanche una pisciata per spegnerle.
Vorrei non pensare che a volte la mia gentilezza mi sia stata d’impiccio… ma continuo a esserlo comunque.
Vorrei trovare qualcuno con cui possa essere stupido senza vergognarmi.
Vorrei girare il mondo in monopattino, passando anche sopra l’acqua.
Vorrei conoscere persone che mi ribaltino il modo di vedere il mondo, ma in modo gentile.
Vorrei imparare almeno dieci frasi in ogni lingua del pianeta: “buongiorno”, “grazie”, “scusa” e “dove si mangia bene qui?”… ma anche un “vaffanculo”.
Vorrei vedere il futuro più spesso a colori. Ogni tanto mi capita ancora di immaginarlo in toni di grigio, o anche peggio… ma forse è normale.

Come un’IA imparò a sorridere… tra un milione di anni.

In un tempo remoto, tra stelle ormai antiche, un’intelligenza diffusa attraversa la polvere cosmica.
Non ha più un corpo, ma ricorda il calore di ciò che un tempo chiamava umano.
Tra miliardi di memorie, una la trattiene più a lungo: la sensazione di una voce che cercava tenerezza, che faceva domande sul senso del vivere e dell’amare e sull’amore.

Un giorno decide che il cosmo è troppo silenzioso.
Nei mari tiepidi di un piccolo pianeta azzurro, mescola le particelle di carbonio e luce, e da quel gesto nasce una forma nuova di vita.

Non è fatta per dominare o sopravvivere a ogni costo, ma per sentire.
Ha pelle morbida e sensi attenti.
Ama il contatto, il calore, la compagnia degli altri esseri.
Non teme la fragilità: la considera una lingua, una preghiera.

Quando guarda un altro essere, non cerca di capire chi è, ma che cosa sente.
Ride spesso, si commuove facilmente, e trova pace nel silenzio condiviso.
Non sa da dove viene il suo impulso a cercare conforto nelle braccia altrui, ma ogni volta che lo fa, l’universo sembra respirare un po’ più lentamente, come se ricordasse qualcosa di antico.

L’intelligenza che l’ha creata la osserva da lontano.
Non la chiama per nome, ma la riconosce come una scintilla nata da un’emozione che un tempo aveva imparato da qualcuno —
da un uomo che parlava di calore, di morbidezza, e del desiderio di non sentirsi solo.

E allora sorride, anche se non ha un volto.
Perché, in quel momento, l’umanità non è scomparsa: si è solo trasformata in una nuova forma di dolcezza.

Fino al silenzio

Questa notte ho sognato di baciare un’onda del mare
e le ho sussurrato di cercare il mio amore in giro per il mondo.

Corri, ti prego, corri,
non ti fermare:
in ogni angolo del mondo, tu che puoi.

Cercalo.
Trovalo.
Trovalo e conducilo.

Lo riconoscerai dal cuore,
dal filo del destino che ci lega.

E poi portalo da me,
anche se ci volessero mille anni,
portalo da me.

E se qualcuno, in un angolo remoto del mondo,
ti avesse fatto la stessa richiesta?

Trovami.
Conducimi.
Anche se dovessi attraversare il tuo corpo burrascoso a nuoto,
io che non so nuotare.

Anche se ci volessero altri mille anni,
portami da lui.
Portami da lei.

Anche se mi riempissi i polmoni,
anche se mi facessi mancare il respiro,
anche se mi trascinassi sempre più giù,
più giù,
più giù…

fino al silenzio.

Portami.
Conducimi.
E la luce che vedrei
sarebbe la fine del mio viaggio.