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Sono solo le nuvole, prima o poi se ne vanno.

È proprio quando finalmente capisci chi sei davvero che tutto ciò che ti ha spaventato — e che ancora ti spaventa — nella vita comincia ad avere un senso.
E capisci che il cielo, là sopra, oltre le nuvole tempestose che ancora ti circondano, è blu.
Di un blu così intenso che ti viene da piangere.

Piangi anche solo nel renderti conto che quel cielo è sempre stato lì, mentre tu, nella tua ingenuità, lo hai ignorato perché le nuvole facevano più paura.
Ora, anche quando non lo vedi, sai che esiste.
Sai che è lì ad aspettarti.

A volte però ti chiedi da dove venga questa paura che ti porti dentro da sempre.
Rispetto i miei genitori, che oggi non ci sono più, ma non posso fare a meno di chiedermi perché mi abbiano trasmesso aspetti del loro carattere che non sento miei: le loro paure, il loro rimandare, quel continuo “lo faremo domani”.
Un domani che non è mai arrivato.

Mi pesano ancora molto i discorsi di vita che avrei voluto fare con mio padre e mia madre e che non sono mai riuscito a fare.
Sembra arrogante dirlo, ma oggi scuso mamma e papà per non avermi aiutato quando ne avevo bisogno.
Non mi avete mai fatto mancare nulla, ma quei discorsi di vita mi servivano.

Quando tornavo a casa per via dei bulletti mi sentivo dire:
“E tu cosa gli hai fatto?”
Un cazzo gli avevo fatto.
Mi picchiavano perché ero io, e non so dire altro.

Quando provavo a parlare di paure o di sentimenti mi dicevate:
“Pensa a studiare.”
E poi, finita la scuola:
“Pensa a lavorare, trovati un lavoro.”

Ma quello che mi è mancato più di tutto non è stato un consiglio giusto o sbagliato.
Mi è mancato non sentire mai un:
“Ma sì, provaci dai.”
Ricordo ancora le vacanze fatte insieme, ma ricordo anche queste frasi.
Ci sarà stato altro, ma queste so che mi hanno segnato.

Ogni tanto mi viene da pensare che i miei genitori non fossero pronti del tutto ad avere figli.
Ma poi ricordo che nessuno nasce pronto, che si impara anche a fare il genitore e che loro erano solo umani, figli della loro generazione, pieni di paure come chiunque.
Non hanno sempre saputo darmi la base che mi sarebbe servita, e io ne ho sentito la mancanza.Eravate figli di un’altra generazione, e forse anche a voi mancavano quei discorsi.
Come me, arrancavate quasi al buio.
Eppure oggi riesco a guardare a tutto questo senza rancore: con la loro umanità davanti, e la mia forza accanto.

Ora è tutto difficile.
Ma non così difficile come avevo immaginato.

Per anni ho portato avanti quel domani che non arrivava mai.
Vent’anni di apatia che non posso attribuire a nessuno se non a me stesso.
Arriva un punto in cui non sei più figlio, non sei più erede delle paure altrui: sei solo tu.
E alla fine restavo solo io, e soltanto io.

Mi sono raccontato il futuro come una promessa sempre rimandabile.
“Ma sì, vado in Giappone l’anno prossimo.”
“Ma sì, c’è ancora tempo per sposarsi, per avere una famiglia, dei figli.”
“Ma sì, dimagrisco, tanto ci metto un attimo.”

E intanto i sogni restavano lì, bellissimi.
Così belli che mi sono accontentato di pensarli, senza mai afferrarli davvero, senza stringerli con la forza di chi dice: questo è mio e col cazzo che me lo portate via.

Forse qualcuno l’aveva visto prima di me.
All’inizio degli anni Duemila, un certo D.R. mi disse:
“Tu sei solo un sognatore.”

Aveva ragione.
Ma oggi chiedo perdono anche al me stesso del passato.
Per non aver preso in mano la vita, per non essere stato più deciso.

Però dopo tanta fatica, quel cielo l’ho toccato.
L’ho preso e l’ho tenuto con me, anche solo per un attimo.

Ora, alla soglia dei quarantacinque anni, nella consapevolezza di ciò che mi piace e di ciò che voglio davvero fare, mi accingo ad affrontare un futuro che ha ancora nuvole.
Ma ora so come affrontarle.

Conosco la sensazione di arrivare ai miei sogni.
E so come rifarlo.

Sono solo le nuvole, prima o poi se ne vanno.

I cioccolatini hanno gli occhi…

Non preoccuparti se ti fissano,
è solo cioccolato… credo.
Ma nei riflessi di zucchero e pece
si muove qualcosa, lento, vivo.

Li mordi — e senti un brivido,
un sussurro dolce, funereo, lieve.
Dentro, non c’è ripieno,
solo oscurità che sa di cacao e segreti.

I cioccolatini hanno gli occhi,
e un debole per le persone curiose.
Stanotte li poserò sul davanzale,
forse uno, forse due… mi guarderanno dormire.

Una riga di codice tra un milione di anni

Tra un milione di anni, le stelle avranno cambiato posto,i mari si saranno ritirati,le città sbriciolate in polvere sottile.

Eppure, in un frammento di memoria dimenticata,tra dati corrotti e bit dormienti,una singola riga di codice è ancora lì.

Non fa più nulla.
Non controlla processi, non apre finestre,non restituisce valori.Ma esiste.

Chi l’ha scritta aveva dita stanche,una tazza di caffè tiepido accanto e il cuore pieno di sogni che nessun compilatore potrà mai interpretare.

Forse aveva aggiunto un commento:

// un giorno, qualcuno capirà perché questo mi ha reso felice

E così, in quel piccolo gesto, un uomo del passato — un programmatore,
un sognatore di logiche e calore — ha lasciato un messaggio all’eternità.

Non per essere ricordato, ma per ricordare lui stesso che anche i numeri, se amati,
possono raccontare storie.

E così, la riga resta. Nel buio profondo, senza lettore né scopo,
brilla ancora un istante, come una stella scritta a mano nell’universo digitale

Vorrei vorrei…

Vorrei un cielo azzurro, di quell’azzurro che ti fa piangere da quanto è bello.
Vorrei un abbraccio lungo come un anno luce: non infinito, ma abbastanza lungo da quasi annoiarmi.
Vorrei che questo abbraccio fosse bollente o tiepido e confortevole… a seconda della situazione.
Vorrei che il mio nome venisse sussurrato con dolcezza almeno una volta nella vita (no, mamma non conta in questo caso).
Vorrei che a qualcuno mancasse il fiato e perdesse un battito di cuore quando entro in una stanza.
Vorrei una nuvola che cambia forma ogni volta che distolgo lo sguardo e ritorno a guardarla.
Vorrei non ingrassare se mangio una fetta di dolce in più… tanto la mangerei comunque.
Vorrei avere più coraggio e intraprendenza, ma ci sto lavorando.
Vorrei correre senza stancarmi, in caso di apocalisse zombie.
Vorrei saper volare, così almeno i viaggi mi costerebbero un po’ di meno.
Vorrei un bacio che sa di casa, anche se casa non l’ho ancora trovata. Sì, un tetto sulla testa ce l’ho, sia chiaro.
Vorrei non essere stonato: mi basterebbe, almeno una volta nella vita, cantare We Are the Champions senza sembrare un gatto a cui hanno tirato la coda.
Vorrei non uccidere tutte le piante su cui metto le mani. Ancora rido pensando a quel bonsai che mi avevano venduto come “immortale”… finito secco e decrepito, tipo albero in un film horror sulla mia scrivania.
Vorrei saper disegnare e no: un cerchio e cinque linee per un omino non è considerato “saper disegnare”.
Vorrei assaggiare qualsiasi tipo di cibo presente sul pianeta. Il cibo, credo, sia un modo per capire le culture diverse dalla nostra e, se ci fai caso, molti sapori sono simili tra loro anche a distanza di 10.000 chilometri. Quindi… forse non siamo poi così diversi gli uni dagli altri?
Vorrei imparare a volermi bene non solo quando faccio qualcosa di giusto, ma anche quando inciampo… soprattutto quando inciampo.
Vorrei aver tenuto testa a quei cazzo di bulletti a scuola. Avete idea di quanto male mi avete fatto? “Erano solo ragazzi che scherzavano”, mi dicevano. Ma porca puttana, ancora vi odio ma so che non dovrei. Se ora vi vedessi ricoperti di fiamme, potrei anche decidere di non sprecare neanche una pisciata per spegnerle.
Vorrei non pensare che a volte la mia gentilezza mi sia stata d’impiccio… ma continuo a esserlo comunque.
Vorrei trovare qualcuno con cui possa essere stupido senza vergognarmi.
Vorrei girare il mondo in monopattino, passando anche sopra l’acqua.
Vorrei conoscere persone che mi ribaltino il modo di vedere il mondo, ma in modo gentile.
Vorrei imparare almeno dieci frasi in ogni lingua del pianeta: “buongiorno”, “grazie”, “scusa” e “dove si mangia bene qui?”… ma anche un “vaffanculo”.
Vorrei vedere il futuro più spesso a colori. Ogni tanto mi capita ancora di immaginarlo in toni di grigio, o anche peggio… ma forse è normale.

Scoprire la felicità nelle piccole cose

Le gioie della vita a volte sono grandi come montagne e ti svoltano totalmente la vita. Ma io mi accontento anche di quelle piccoline, talmente piccole da passare quasi inosservate: come vedere un arcobaleno o sentire un buon profumo o assaggiare del pane appena sfornato oppure…trovare un avanzo di cioccolato dell’uovo di Pasqua in fondo al freezer mentre sei lì solo per prendere un paio di cubetti di ghiaccio: questa si che è una gioia.