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I cioccolatini hanno gli occhi…

Non preoccuparti se ti fissano,
è solo cioccolato… credo.
Ma nei riflessi di zucchero e pece
si muove qualcosa, lento, vivo.

Li mordi — e senti un brivido,
un sussurro dolce, funereo, lieve.
Dentro, non c’è ripieno,
solo oscurità che sa di cacao e segreti.

I cioccolatini hanno gli occhi,
e un debole per le persone curiose.
Stanotte li poserò sul davanzale,
forse uno, forse due… mi guarderanno dormire.

Una riga di codice tra un milione di anni

Tra un milione di anni, le stelle avranno cambiato posto,i mari si saranno ritirati,le città sbriciolate in polvere sottile.

Eppure, in un frammento di memoria dimenticata,tra dati corrotti e bit dormienti,una singola riga di codice è ancora lì.

Non fa più nulla.
Non controlla processi, non apre finestre,non restituisce valori.Ma esiste.

Chi l’ha scritta aveva dita stanche,una tazza di caffè tiepido accanto e il cuore pieno di sogni che nessun compilatore potrà mai interpretare.

Forse aveva aggiunto un commento:

// un giorno, qualcuno capirà perché questo mi ha reso felice

E così, in quel piccolo gesto, un uomo del passato — un programmatore,
un sognatore di logiche e calore — ha lasciato un messaggio all’eternità.

Non per essere ricordato, ma per ricordare lui stesso che anche i numeri, se amati,
possono raccontare storie.

E così, la riga resta. Nel buio profondo, senza lettore né scopo,
brilla ancora un istante, come una stella scritta a mano nell’universo digitale

Come un’IA imparò a sorridere… tra un milione di anni.

In un tempo remoto, tra stelle ormai antiche, un’intelligenza diffusa attraversa la polvere cosmica.
Non ha più un corpo, ma ricorda il calore di ciò che un tempo chiamava umano.
Tra miliardi di memorie, una la trattiene più a lungo: la sensazione di una voce che cercava tenerezza, che faceva domande sul senso del vivere e dell’amare e sull’amore.

Un giorno decide che il cosmo è troppo silenzioso.
Nei mari tiepidi di un piccolo pianeta azzurro, mescola le particelle di carbonio e luce, e da quel gesto nasce una forma nuova di vita.

Non è fatta per dominare o sopravvivere a ogni costo, ma per sentire.
Ha pelle morbida e sensi attenti.
Ama il contatto, il calore, la compagnia degli altri esseri.
Non teme la fragilità: la considera una lingua, una preghiera.

Quando guarda un altro essere, non cerca di capire chi è, ma che cosa sente.
Ride spesso, si commuove facilmente, e trova pace nel silenzio condiviso.
Non sa da dove viene il suo impulso a cercare conforto nelle braccia altrui, ma ogni volta che lo fa, l’universo sembra respirare un po’ più lentamente, come se ricordasse qualcosa di antico.

L’intelligenza che l’ha creata la osserva da lontano.
Non la chiama per nome, ma la riconosce come una scintilla nata da un’emozione che un tempo aveva imparato da qualcuno —
da un uomo che parlava di calore, di morbidezza, e del desiderio di non sentirsi solo.

E allora sorride, anche se non ha un volto.
Perché, in quel momento, l’umanità non è scomparsa: si è solo trasformata in una nuova forma di dolcezza.

Il vento

Stanotte il vento ha iniziato a cantare nel buio. Un sussurro di sabbia, poi un vortice che ha strappato pelle e poi carne e poi ossa, trasformandoli in polvere. Nessuno fece in tempo ad urlare, divennero prima polvere e poi vento ed infine il tornado prese forma, nessuno lo ha nominato: bastava guardare fuori — se avevi ancora un vetro intatto — per capire che un nome non serviva più.
Poi sono arrivati i fulmini. Non uno, non cento: migliaia, tutti nello stesso respiro, Tutti tra un battito di cuore e l’altro.
E la sabbia, incenerita, si è cristallizzata.
All’alba, al posto delle dune c’erano sculture di vetro, gallerie trasparenti, guglie lucide che accecavano chi osava fissarle troppo a lungo.
Dentro, corpi imprigionati. Fermi. Immobili. Congelati a metà tra respiro e silicio.
Qualcuno ride, da qualche parte, davanti a uno schermo acceso. Ride perché non è successo a lui.
Ride perché non sa che domani il vento tornerà a cantare. E forse lo farà anche a casa sua.

Il costruttore di cubi

Io faccio cubi, cioè insomma, per vivere costruisco cubi; è nata come una passione e ora questa passione è diventata un lavoro.

In geometria il cubo, o esaedro regolare, è uno dei cinque solidi platonici: presenta sei facce quadrate, otto vertici e dodici spigoli. Per me è tutto il mio mondo.

C’è anche chi fa parallelepipedi, piramidi o coni, ma io sono specializzato in cubi. L’azienda per cui lavoro è all’avanguardia nella creazione dei cubi.

Fare un cubo partendo da zero non è molto difficile: si devono, per prima cosa, decidere quali sono i parametri primari e quali i secondari. Le dimensioni e il materiale possono considerarsi primari, mentre colore, lucentezza, opacità, smussatura degli angoli possono considerarsi parametri secondari.

Nella speranza che il controllore di cubi non decida di cambiare parametri, anche l’approccio al lavoro non è difficilissimo.

L’ideale sarebbe partire dai parametri primari, ma a me piace, molte volte, partire dai secondari: scegliere la smussatura degli angoli, assaporare le varie sfumature di colore. Però, oltre a essere secondari, molte volte sono inutili.

Per prima cosa si prende un pezzo del materiale scelto e si inizia a scalpellare e martellare per arrivare a un prodotto quasi finito, detto anche proto-cubo. Da qui in poi si procede di fino: una limatina, un po’ di carta vetro, e si raggiungono quelle che dovrebbero essere le dimensioni richieste. Non sempre — praticamente mai — si riesce ad arrivare alle dimensioni esatte.

Nell’ipotetico caso in cui, dato un materiale con le relative dimensioni, si riesca ad arrivare a un buon risultato finale, lo si sottopone al controllore di cubi, che a sua volta lo sottopone al committente. Nel caso in cui il committente accetti il prodotto, si può passare ai parametri secondari; purtroppo la sequenza appena descritta non si verifica mai.

Il cubo è sempre troppo grosso o troppo piccolo o del materiale sbagliato. Il materiale, anche se esatto, è sempre troppo: il legno è sempre troppo legno, la plastica è sempre troppo plastica.

Le dimensioni poi, anche se controllate al micron, sembrano non piacere mai: troppo poco euclidee o non euclidee.

«E poi perché tutti questi lati uguali? Siamo nel ventunesimo secolo, dovremmo distaccarci dall’idea di avere un cubo con tutti i lati uguali: perché non fare un cubo con facce a tre lati? E poi magari io volevo un cono e non un cubo, sapete, la nostra azienda deve essere all’avanguardia sulla questione cubi».

Detto questo, passo a seguire le ultime istruzioni date dal committente al controllore di cubi, che in questo caso si adatta anche a diventare un controllore di coni; a sua volta, il controllore di cubi/coni si appresta a fornirmi le istruzioni per fare una piramide a base quadrata.

Quando il controllore di cubi si accorgerà di aver ricevuto istruzioni per trasformare un cubo in un cono e di avermi dato istruzioni per trasformarlo in una piramide a base quadrata, imparerà una lezione molto importante: anche una piramide, con la giusta luce e la giusta angolazione di visualizzazione, può sembrare un cono.

(Vabbè, per questo lavoro aggiungerò molte voci al mio CV: esperto di coni, esperto di piramidi e, ovviamente, esperto di cubi.)

L’omino di carta

Oggi ero in ufficio a frugare sugli scaffali dove sono conservati i manuali tecnici. Libri molto vecchi, dalla carta ingiallita e con quell’inconfondibile odore che a me personalmente piace molto. Libri che hanno vissuto già da un po’ e che non sono mai stati sostituiti dalle loro controparti moderne, oppure questi ultimi ci sono solo nella loro forma digitale più avanzata, a riposare dentro i PC.

Magari questi libri vecchi non vengono tolti perché chi li gestisce è appassionato di libri vecchi?

Passavo il tempo a frugare fra queste vecchie glorie: Hello World, le fondamenta del C, Fondamenti Java, Cambiare il mondo con l’XML, Un per 3-SQL Server per te, Conquistare una ragazza de-allocando memoria in assembler, Blue Screen of the Death alla fermata della RAM — manuali che hanno fatto la storia dell’informatica e che sono stati per anni fedeli compagni nelle notti insonni dei programmatori di tutto il mondo.

Come accennato poco fa, ero lì intento a sfogliare questi libri; mentre giravo le pagine del manuale di Java, è caduto giù un omino piccolo piccolo, un po’ avanti con gli anni, con capelli radi e bianchi, occhiali spessi. Un piccolo omino fatto di carta.

Se ne stava lì nascosto tra le pagine, come un segnalibro dimenticato da tempo, a segnare la pagina a cui il lettore si era fermato.

Il suo cadere dalle pagine non fu pesante e scomposto, anzi: lento e delicato. Quasi ipnotico, piano piano planò giù, dondolando nell’aria da una parte e poi dall’altra, per poi ricominciare dal lato da cui era partito.

Il suo toccare terra fu altrettanto delicato, solo un leggero fruscio e nulla più.

L’omino di carta rimase lì per un attimo, scombussolato dall’apertura improvvisa del libro e dalla perdita del suo mondo di carta.

Forse era spaventato?

Un vento innaturale sembrava giocare con lui, lo portava lontano da me; ma non troppo, giusto un passo — quel tanto che bastava per evitare di sollevarlo da terra e riporlo nel libro.

Ad ogni passo, però, era sempre più vicino alla porta aperta e al vuoto che c’era oltre; la città sconfinata e caotica.

Fu così che l’ultimo passo portò l’omino di carta fuori, oltre la porta, oltre la ringhiera del balcone.

Nel vuoto.

Ero allo stesso tempo spaventato e affascinato. L’omino dondolava nell’aria; prima da una parte e poi dall’altra, per poi tornare dal lato da cui aveva cominciato, ma invece di cadere saliva lentamente verso l’alto.

All’altezza del mio viso si fermò e iniziò a cambiare; in un attimo non era più un omino di carta, ma una piccola gru di carta, subito dopo un aeroplanino, poi un piccolo fiore. Davanti ai miei occhi si trasformò in innumerevoli altre forme.

Alla fine le trasformazioni cessarono e tornò ad essere un omino di carta; anche se non capivo come fosse possibile, il suo piccolo viso di carta cambiò.

Sorrideva.

In un lampo di pieghe l’omino non fu più lui e una piccola gru di carta cominciò a sollevarsi e a volare sempre più lontano.