Il paradiso non è per tutti.

Ebbe inizio tutto qualche anno fa, 5 per la precisione; era una sera di settembre, piovosa, faceva un freddo cane. Quello che feci, mi portò ad essere il nemico numero uno, il bastardo, l’infame, quello che tutti odiano e da quel giorno che fui soprannominato…anzi no per ora non voglio svelarvi nulla, preferisco raccontarvi gli avvenimenti che mi portarono ad essere quello che sono ora.

Quella sera faceva freddo, pioveva e c’era vento; era tutto il giorno che non mi sentivo molto bene e girare di sera uscendo dall’ufficio non era uno dei miei sogni segreti, il fatto che qualsiasi negozio, bar, suprmecato fosse chiuso non aiutava, nemmeno un caffe caldo poteva venire in mio soccorso. Avrei dovuto aspettare alla fermata del pullman mezzo morto di freddo.
Qui la casualità giocò un tiro mancino nei miei confronti, o lo fece per chi fu coinvolto negli avvenimenti che seguirono. Fu esattamente in quel momento, in cui avrei preferito accasciarmi morto di freddo ad un angolo della strada, che una folata di vento portò al mio naso una zaffata dal profumo leggermente dolciastro, come di una cioccolata calda.
Iniziai a seguire il profumo, il vento arrivava da lontano dato che dovetti superare 4 isolati prima di trovare il posto da cui arrivava una tale fragranza celestiale.
Entrai e fui subito avvolto,accolto e coccolato da un abbraccio di tepore; cioccolato caldo e brioches mescolato ad un sentore di arcobaleno, di luce multicolore, di uccellini cinguettanti e di amore a profusione. Ero in paradiso
Si il freddo mi stava dando particolarmente alla testa, o almeno e quello che credo ancora adesso.

Ero li che mi crogiolavo nel caldo, intanto mi avvicinavo ad una vetrinetta di cristallo contenente qualsiasi leccornia inventata dagli albori della storia.

Il posto era affollato, tante persone mi circondavano, tutte sorridenti; e come non si farebbe a sorridere in una pezzo di paradiso come quello? Bastava solamente sfilare il portafoglio e anche io avrei fatto parte di quel paradiso.

Ma ovviamente non tutto poteva finire in bellezza…a cusotodia di quel paradiso c’era il peggiore dei demoni, il male incarnato, la bestia immonda, il gran bastardo…nonchè cameriere caposala di quel posto, che successivamente capii frequentato dai peggio fighetti della città.

COn aria sciocciata e schifata, me lo ricordo come fose allora:
“Ehi tu, qui non facciamo la carità vattene o chiamo la polizia e non toccare la vetrinetta che la sporchi”- disse il granbastardo
“ehmm ma anche io vorrei fare parte di questo pezzo di paradiso, vorrei solo sedermi e prendere una decina di fette di torta con della panna, e magari qualche biscottino con della cioccolata” – risposi io con voce tremante
“Non puoi sederti, da come vesti non sembri poterti permettere quello che offriamo”- rispose lui sorridendo e mostrando tutti i 124 denti, si ne aveva 124 non so come fosse possibile ma cosi era.

Il grande infame fece un gesto e da dietro una porta nascosta apparvero due energumeni completamente estranei al luogo; altamente tozzi ed enormemente magri, faccie sfreggiate e capelli militarmente acconciati; vestiti di vestiti dozzinalmente fighetti e catene d’oro.

Loro tre erano fermi di fronte a me dietro di loro si estendeva a perdità d’occhio il paradiso che a me era precluso, espiare le mie colpe non sarebbe servito. Non potevo entrare.

Il paradiso non è per tutti.

Fu allora che presi la decisione che mi rese quello che sono ora. Se io non potevo avere almeno un pezzettino di paradiso, tutto il locale avrebeb avuto un assaggio di inferno.

Non ebbi esitazioni, quello che feci fu silenzioso ma letale. Mentre mi giravo per uscire emisi una letale,ma non rumorosa, fuorisucita di gas intestinale.

Per un attimo prima di uscire mi fermai ad osservare la scena: colpi di tosse convulsi, conati di vomito, lacrime di sangue, cani che fuggivano all’impazzata; il giorno dopo lessi sul giornale che per motivi igenici dovettero buttare tutto il cibo presente nel locale e arieggiare per molti giorni tutte le stanze. Non fecero il mio nome, si parlava solo di un non meglio identificato scherzo di cattivissimo gusto(e io aggiungerei: di odore anche peggiore).

Questo fu come inventai la puzzetta silenziosa e letale, si lo inventata e brevattata io; ogni volta che ne fate uso mi arrivano dei soldi a casa.
Un giorno magari vi dirò come ho simulato un terremoto e fatto evacuare un intero palazzo.

Da allora di strada ne ho fatta e di soprannomi me ne hanno dati tanti: mister silenzioso e letale, capitan flatulenzio, rombo di culo, aereo-che-passa-a-bassa-quota, terremoto, hai-mai-ballato-in-una-notte-di-flatulenza,lo scorreggione, fiammata letale(questo quando venni sfidato ad appiccare un incendio).

Ora passo il mio tempo a far annusare un pezzo di “inferno” ai malcapitati abitanti della città,sei alla fermata del pullman senti strani odori? Probabilmente ero io che volteggiavo a qualche isolato di sistanza.
Senti un aereoplano a bassa quota che fa casino? Mi spiace per te ma non era un aereoplano.
Sei al ristorante con tutta la famiglia a goderti il pranzo di Natale? Io sono li a rovinarvelo “suonando” Jingle Bells.

Ora vi lascio e sperate di non incontrarmi.

L’omino di carta

Oggi ero in ufficio a frugare sugli scaffali dove sono conservati i manuali tecnici. Libri molto vecchi, dalla carta ingiallita e con quell’inconfondibile odore che a me personalmente piace molto. Libri che hanno vissuto già da un po’ e che non sono mai stati sostituiti dalle loro controparti moderne, oppure questi ultimi ci sono solo nella loro forma digitale più avanzata, a riposare dentro i PC.

Magari questi libri vecchi non vengono tolti perché chi li gestisce è appassionato di libri vecchi?

Passavo il tempo a frugare fra queste vecchie glorie: Hello World, le fondamenta del C, Fondamenti Java, Cambiare il mondo con l’XML, Un per 3-SQL Server per te, Conquistare una ragazza de-allocando memoria in assembler, Blue Screen of the Death alla fermata della RAM — manuali che hanno fatto la storia dell’informatica e che sono stati per anni fedeli compagni nelle notti insonni dei programmatori di tutto il mondo.

Come accennato poco fa, ero lì intento a sfogliare questi libri; mentre giravo le pagine del manuale di Java, è caduto giù un omino piccolo piccolo, un po’ avanti con gli anni, con capelli radi e bianchi, occhiali spessi. Un piccolo omino fatto di carta.

Se ne stava lì nascosto tra le pagine, come un segnalibro dimenticato da tempo, a segnare la pagina a cui il lettore si era fermato.

Il suo cadere dalle pagine non fu pesante e scomposto, anzi: lento e delicato. Quasi ipnotico, piano piano planò giù, dondolando nell’aria da una parte e poi dall’altra, per poi ricominciare dal lato da cui era partito.

Il suo toccare terra fu altrettanto delicato, solo un leggero fruscio e nulla più.

L’omino di carta rimase lì per un attimo, scombussolato dall’apertura improvvisa del libro e dalla perdita del suo mondo di carta.

Forse era spaventato?

Un vento innaturale sembrava giocare con lui, lo portava lontano da me; ma non troppo, giusto un passo — quel tanto che bastava per evitare di sollevarlo da terra e riporlo nel libro.

Ad ogni passo, però, era sempre più vicino alla porta aperta e al vuoto che c’era oltre; la città sconfinata e caotica.

Fu così che l’ultimo passo portò l’omino di carta fuori, oltre la porta, oltre la ringhiera del balcone.

Nel vuoto.

Ero allo stesso tempo spaventato e affascinato. L’omino dondolava nell’aria; prima da una parte e poi dall’altra, per poi tornare dal lato da cui aveva cominciato, ma invece di cadere saliva lentamente verso l’alto.

All’altezza del mio viso si fermò e iniziò a cambiare; in un attimo non era più un omino di carta, ma una piccola gru di carta, subito dopo un aeroplanino, poi un piccolo fiore. Davanti ai miei occhi si trasformò in innumerevoli altre forme.

Alla fine le trasformazioni cessarono e tornò ad essere un omino di carta; anche se non capivo come fosse possibile, il suo piccolo viso di carta cambiò.

Sorrideva.

In un lampo di pieghe l’omino non fu più lui e una piccola gru di carta cominciò a sollevarsi e a volare sempre più lontano.

In viaggio

Tre Viaggi sotto il cielo di Spagna,
Sette nell’assolata Malta,
Nove per ricordarsi come essere liberi,
Uno per vedere le terre tanto amate
Nella nazione del Portogallo dove il mondo incontra l’oceano.
Un Sito per catalogarli, Un Sito per trovarli,
Un Sito per amarli e in internet raccontarli,
Nella Terra del domani, dove un altro viaggio ti attende.
(è una quasi citazione dal signore degli anelli)
Mi sono dimenticato di aggiungere che la poesia è dedicata al sito

Senza via di scampo

…non ho nessuna via di uscita, mi sento senza via di scampo, rinchiuso da 4 pareti e con una percentuale di salvezza pari a zero.

Purtroppo è stata colpa mia, in questa situazione mi ci sono messo da solo; ho sottostimato la situazione, sovrastimato le mie capacità; la fretta è stata cattiva consigliera

GLi storici condanneranno le mie scelte? Ovviamente si, non potrebbero fare altro; ma loro stessi nella mia medesima situazione come si sarebbero comportati? Avrebbero commesso gli stessi errori?

Ricordo che anni fa, me lo ricordo come se fosse oggi, mi ritrovai nella medesima situazione; all’epoca però non fu colpa mia ma di una maestra molto zelante nella sua taccagneria. GLi storici condannerebbero anche un povero bimbo che fu messo alle strette da una maestra poco attenta ai bisogni altrui?

Ora però basta stare a rimuginare sul passato e su cosa si penserà di me in un futuro remoto. Devo dare fondo alle mie capacità di problem solving di cui vado tanto fiero, analizzare la situazione e le variabili. Distinguere le strade che porteranno al fallimento da quelle che porteranno al successo, devo però ammettere che queste ultime sono nettamente in inferiorità numerica.

Sono in un luogo ristretto, il telefono per chiamare qualcuno di fidato è fuori dalla mia portata; sta a pochi metri da me ma in questa situazione e come se fosse dall’altro capo del mondo.

Il luogo oltre ad essere ristretto, non fornisce nemmeno una superfice adatta a darmi una mano; ricordandomi come mi salvai dalla medesima situazione da bambino, escludo a priori le pareti; all’epoca mi salvai per il rotto della cuffia, oggi finirei in un casino ancora peggiore.

Potrei utilizzare l’acqua , si ho anche dell’acqua, mi permetterebbe di uscire da questa situazione, ma è posta in una posizione non molto accessibile; dovrei sottopormi ad un arrampicata pericolosa, anche per via delle pareti liscie.

Potrei utilizzare le mani, da bambino non mi feci problemi ad utilizzarle per aprirmi un varco verso la salvezza; ora come per le pareti, incasinerei ancora di più la situazione.

Le possibili alternative sono quasi finite. Non mi rimane che l’ultima scelta, utilizzare gli unici 2 piccoli oggetti che forse mi permetteranno di salvarmi. Sono gli unici oggetti che potrebbero darmi una minima speranza.

Ma ora basta pensare, è il momento di agire; basta rimuginare sulle conseguenze, devo agire con decisione…e tagliare quei 2 strappi di carta igienica in tanti quadratini(o magari piegarlo su se stesso ad ogni utilizzo).

I viaggi di Gatto Filippo

C’era una volta un gatto, Filippo per la precisione.Tutto nero, di una razza indefinita, gli occhi verde smeraldo. Non aveva mai avuto un padrone, preferiva la libertà, correre, saltare, andare ovunque; non aveva mai sentito la necessità di avere un umano da accudire. “Gli umani puzzano  e gli umani vogliono sempre accarezzare il mio bellissimo pelo, sono fastidiosi e fanno rumore ” pensava.

Però nella sua stranamente lunga vita FIlippo aveva sviluppato, una certa affinità per un umano; un po’ di affetto nei confronti di un solo umano, ma avrebbe negato con tutto se stesso.

Però più negava e più si rendeva conto che quello strano umano non gli dispiaceva. Per prima cosa aveva un buon odore, non era rumoroso e di toccare la sua fantastica pelliccia non ci pensava minimamente.

Dopo anni erano forse diventati amici.

“Non può essere” vi avrebbe miagolato contro Gatto FIlippo.

Ogni sera, dopo essere stato in giro per tutto il giorno si sedeva tranquillo sotto un portico in attesa del suo umano.

L’umano con calma, camminando a fatica arrivava e gli si sedeva vicino; senza toccarlo ovviamente, entrambi rispettavano lo spazio dell’altro.

L’umano parlava e parlava, di cosa gli era capitato durante la sua lunga vita, dei viaggi, delle città, dei fiumi, delle persone che aveva incontrato, dei suoi figli ormai cresciuti. Aveva lavorato come professore di matematica presso una scuola superiore e proprio questo lavoro lo aveva portato ad amare sempre di più la libertà. Ogni anno, raccimolava un po’ di soldi e partiva ogni volta per un posto differente; mai lo stesso posto  e sempre solo con zaino in spalla, non gli piacevano i posti da turisti; lui voleva viaggiare dove c’era la vera vita del paese che visitava.  Non gli dispiacevano gli agi, gli hotel di lusso a 4 stelle, ma durante i suoi viaggi non avrebbe mai permesso di perdere il contatto con le persone che ci abitavano.

Non aveva mai pianificato completamente nulla, preferiva vivere il viaggio di giorno in giorno: “é più divertente”  diceva alle persone che gli chiedevano.

Filippo non riusciva mai a smettere di ascoltarlo, la sua parte preferita era quando gli raccontava dei profumi e degli odori; essendo un gatto profumi e odori raccontavano tutto quello che gli succedeva attorno.

Le prime volte  che aveva incontrato l’umano aveva parlato per ore e ore e lui si era deliziato nell’ascoltarlo, si era crogiolato nella sua voce cosi strana, cosi attraente, sembrava una voce da gatto pensava. Però purtroppo ultimamente le loro chiaccherate serali si erano accorciate sempre di più. Ormai l’umano era molto vecchio e stanco.

Ogni loro serata si chiudeva sempre con le solite frase di rammarico dell’uomo, avrebbe voluto vivere un viaggio per l’ultima volta ma non ne aveva più le forze; ogni sera puntualmente FIlippo pensava che avrebbe voluto trovare un modo per aiutarlo.

Filippo pensava e pensava a come aiutarlo; sapeva perfettamente di essere superiore agli altri gatti, doveva solo trovare un modo per sfruttare al meglio queste sue abilità.

La fortuna tipica dei gatti non si fece attendere; il giorno dopo, sfruttando la sua capacità di passare inosservato, incontrò…

1:39

Sono le ore 1:39, sono al pc che faccio nulla di particolare, leggo qua e la blog e articoli in cerca di ispirazione su come scrivere; qualcosa “bolle in pentola” lo sento c’è. Lo sento nei brividi che scorrono lungo la spina dorsale dal basso verso l’alto andando a tamponare il mio testone che ormai è in bilico, pronto a cadere accolto da qualche ora di sonno.

E’ sempre cosi, avverto un brivido lungo la schiena che corre veloce verso la testa. Non sono uno scrittore, forse non sono nemmeno un blogger, ma mi piacerebbe essere sempre in grado di riversare su un foglio bianco tutto quello che mi passa per la testa. Questa volta mi piacerebbe evitare storie e aneddoti della mia vita, vorrei portarvi completamente nel mio regno fantastico; raccontarvi qualche banale storia di draghi e cavalieri, o magari parlarvi per ore e ore del mio gatto cangiante invisibile che può essere osservato solo con la coda dell’occhio quando non lo si vuole osservare; sta li poco oltre la luce generata dal mio monitor, all’ombra sopra il letto e mi osserva curioso.

Oppure potrei parlarvi più approfonditamente di quel maledetto volatile che ha infestato il mio giradino qualche tempo fa, ve ne ricordate? Mha si il pigolante che con il suo verso immondo mi aveva distrutto la vita…..Per ora comunque premo il pulsante pubblica e penso a cosa scrivere mentre dormo.

Come si calcola il proprio orizzonte?(ma anche “Sto in un cerchio di 5 chilometri di raggio”)(ma anche “Sull’everest ti spio mentre sei in soggiorno a casa”)

Se ipoteticamente ti trovassi in cima ad una montagna in condizioni ottimali, aria pulita e niente nubi, calcolare la distanza del tuo orizzonte sarebbe un semplicissimo calcolo matematico; prendi una radice quadrata, metti di mezzo un qualche calcolo della sfera e magari ci mettiamo di mezzo anche un po’ di elevazioni a potenza. Semplice no? Per molti non lo è.

In parole povere più si sale in alto e più è possibile vedere lontano; in questo caso l’orizzonte non è nient’altro che il tuo limite visibile. Ad un’altezza di 1 chilometro il tuo orizzonte è a circa 112 chilometri, a livello del suolo solo di 5 chilometri.

Ma non per questo ti accontenti del tuo limite, come per camminare non hai mai avuto necessità di conoscere il principio fisico che lo regola.

Cosi è per il tuo “confine”  fisico, magari punti tanto in alto da poter vedere attorno a te’ il più possibile, dove le tue scelte ti porteranno negli anni; cosa farai, con chi sarai, avrai i capelli bianchi? FInalmente abiterai in quelal casetta in mezzo al verde con tanti animali? Avrai aperto la tua azienda? Credo che puntando molto in alto, sulla montagna più alta che puoi crearti, puoi riuscire a vedere cosi lontano. Potrebbe essere un controsenso, ma forse vedere cosi lontano è anch’esso un limite; quello che vedrai ti condizionerà a tal punto che avrai paura di seguire altre strade? Si credo sia un limite, anche perchè per vedere tanto lontano devi per forza stare fermo e il tuo confine seppur molto ampio rimarrebbe statico.

Questo è un modo di approcciarsi al proprio confine, ma c’è anche l’esatto opposto.

Secondo me tu non sali sulla tua montagna personale(anche se so che puoi crearla con facilità) solo perchè il confine dei 5 chilometri visuali in cui ti trovi è più divertente. E’ un limite molto piccolo, ma ad ogni passo il tuo orizzonte si sposta con te. E’ bello camminare senza sapere cosa ti aspetta da qui a pochi chilometri; è tutto un incognita, secondo me da cosi in basso si possono notare particolari che altrimenti dalla cima della montagna non si potrebbero apprezzare.

Magari c’è un gattino ad un angolo della strada che piange disperato, o magari in un negozzietto trovi il cioccolato fondente più buono del mondo o magari incontri persone che ti accompagneranno per tutta la vità che altrimenti non avresti notato.

Magari un salto in cima alla motanga lo hai anche fatto, giusto per dare un occhiata fin dove potevi spingerti, giusto un occhiata; forse addirittura volevi solo guardare il paesaggio.

La leva(ma anche “Camminare”)(ma va bene anche “I Piedi”)

Per camminare si usano i piedi, in fisica il piede è una leva; una leva di secondo genere per la precisione; una leva non è nient’altro che un sistema per equilibrare delle forze che altrimenti,in questo caso, ci farebbero cadere.

La cosa divertente è che, anche non conoscendo un semplice principio della fisica, continui a camminare; guardi avanti, magari con il naso puntato in alto verso il cielo a respirare dell’aria profumata, magari mentre cammini provi anche a mettere in fila due parole in una lingua diversa dalla tua o magari sei li a saltellare in riva all’oceano o persa in mezzo al nulla in cerca di un auto che ti possa dare un passaggio, per caso sei in un qualche mercatino a cercare qualche cosa buona da mangiare? E solo poi quando ti soffermi a pensare troppo sul perchè, che inevitabilmente cadi. Non è anche vero che per imparare a camminare hai dovuto smettere di guardarti i piedi?