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Il peso

In fisica la forza-peso, o più comunemente chiamata peso, è la forza che il campo gravitazionale della terra esercita su di un corpo avente massa. In questo caso, dato che vi trovate sul mio blog, la forza-peso descrive l’interazione gravitazionale che c’è tra la mia massa e la massa del pianeta Terra.

In pratica, più un oggetto è grande(e quindi ha più massa) più la forza-peso sarà maggiore.

Ma questo non mi impedisce di amare con tutto me stesso, anche se molte persone pensano il contrario. Non ho mai capito perchè avere un interazione-gravitazionale troppo elevata possa limitare la propria capacità di amare.

Potrei urlarlo ai quattro venti

“Ti Amo e vorrei restare con te fino a che non saremo vecchi e rincoglioniti”

Potrei scriverlo sui muri, tatuarmelo sulla schiena o cantarlo sotto la tua finestra, ma non servirebbe a nulla.

Sono sovrappeso lo so, me ne rendo conto.

Ma essere un ciccione, mi rende peggiore di persone che esagerano con l’alcool? O che magari fumano? O, peggio ancora, che sfogano la propria rabbia picchiando il prossimo?

Oppure è solo perchè le forme di una persona sovrappeso non sono belle da vedere? Chi porta avanti la battaglia del siamo tutti uguali , si ferma quando una delle variabili in gioco va troppo al di fuori del pensiero comune? “Va bene se sei sovrappeso, ma se hai una gravità tutta tua mi fa un po’ schifo, si però attenzione mi fai solo schifo nel range che va da sovrappeso a chiattone, che sia chiaro”. E se fossi un pastafariano, sarei considerato “ok per il pensiero comune” oppure potrei finire nel calderone del troppo strano per essere accettato?

Sto provando a cambiare, per me è una cosa “di testa”; sfogo paure e depressioni con il cibo e la maggior parte delle volte vorrei solo essere abbracciato forte forte e sentirmi dire che va tutto bene e che sono bello anche cosi come sono.

 

 

 

Pizza anche a mezzogiorno e anche a colazione, e perchè non anche a merenda?

Tanti anni fa conobbi la pizza e fu amore a prima vista. Avevo pochi anni, ma seppi fin da allora che quello strano cibo rotondo mi avrebbe accompagnato per tutta la vita o finchè non fossi esploso mangiandone troppo.

La pizza era l’evento che sottolineava  un momento particolare o per rendere particolare il momento stesso.

Aspettavo con ansia quei momenti, pregustandomi l’attimo in cui avrei aperto la scatola contenitore e avrei annusato il vapore caldo e profumato di mozzarella,basilico e salsa; il caldo vaporoso mi avvolgeva il viso e io ci perdevo qualche attimo per cominciare a mangiare. Ero estasiato, come si poteva in cosi pochi ingredienti creare qualcosa di cosi buono? Tutti quei sapori e profumi ben distinti ma che si avvolgevano tra di loro e ti trascinavano in un vortice di perdizione sensoriale. In parole povere, ne ero estasiato. In quel periodo della vita rappresentava quello che c’era di buono da mangiare.

A quei tempi le pizzerie almeno dalle mie parti erano aperte solo  rigorosamente di sera ed esistevano solo le classiche varianti; eri additato come eretico se parlavi di pizze strane o, peggio ancora, se chiedevi una pizza strana; in quest’ultimo caso il cameriere era autorizzato a farti uscire dal retro del locale.

Ho venerato mio fratello per un po’ di mesi dopo che mi disse che aveva mangiato una pizza bismark in gita scolastica.

Cosi era per me ma credo anche per molti altri che conoscevo, la pizza era un rito, un cibo speciale che legava i commensali  in modo indissolubile e appacificava gli animi, la mozzarella fumante avrebbe sciolto il cuore di chiunque.

Ora purtroppo credo che si sia persa la pizza come rito e sia diventata un cibo da tutti i giorni. I cartelli “Pizza anche a mezzogiorno” hanno cominciato ad apparire piano piano timidamente in qualche pizzeria fino a diventare una conseutudine, rendendo futile la domanda “Ma qui si mangia la pizza anche a mezzogiorno” .

“Ovvio che si mangia anche a mezzogiorno, che domande sono?”

Anche le varianti sono cambiate, ne ho assaggiate di tutti i colori e sapori;da quelle dolci a quelle salate; dai gusti piccanti a quelli delicati; bruciate e poco cotte ;al tegamino  o normali o addirittura arrotolata su se stessa a formare piccoli vermicielli di pasta; fatte anche di pasta madre; alcune anche con la nutella su base salata.

Diciamo che devo correggermi.

Ho perso il rito della pizza tipico della mia infanzia ma l’ho riscoperto come punto di accomunamento uguale ma diverso, con la mia famiglia e non solo; condividere qualcosa che mi piace assieme ad altri e non solo crogiolarmi nel buon cibo.

C’è chi si è “sbattuto” a fare per me  la pizza,alcuni anche con la pasta madre; c’è chi ha assaggiato la mia pizza e ne è rimasto colpito; c’è chi ha mangiato una semplice pizza con me una sera come un altra rendendomi la persona più felice del mondo; c’è anche chi a scelto me come commensale per mangiare l’unica pizza che poteva mangiare durante tutto il mese.

Non è cambiato il rito, ne  è cambiata la forma; dopotutto se gli ingredienti sono quelli anche cambiando la forma , la pizza non è sempre pizza?

 

Il paradiso non è per tutti.

Ebbe inizio tutto qualche anno fa, 5 per la precisione; era una sera di settembre, piovosa, faceva un freddo cane. Quello che feci, mi portò ad essere il nemico numero uno, il bastardo, l’infame, quello che tutti odiano e da quel giorno che fui soprannominato…anzi no per ora non voglio svelarvi nulla, preferisco raccontarvi gli avvenimenti che mi portarono ad essere quello che sono ora.

Quella sera faceva freddo, pioveva e c’era vento; era tutto il giorno che non mi sentivo molto bene e girare di sera uscendo dall’ufficio non era uno dei miei sogni segreti, il fatto che qualsiasi negozio, bar, suprmecato fosse chiuso non aiutava, nemmeno un caffe caldo poteva venire in mio soccorso. Avrei dovuto aspettare alla fermata del pullman mezzo morto di freddo.
Qui la casualità giocò un tiro mancino nei miei confronti, o lo fece per chi fu coinvolto negli avvenimenti che seguirono. Fu esattamente in quel momento, in cui avrei preferito accasciarmi morto di freddo ad un angolo della strada, che una folata di vento portò al mio naso una zaffata dal profumo leggermente dolciastro, come di una cioccolata calda.
Iniziai a seguire il profumo, il vento arrivava da lontano dato che dovetti superare 4 isolati prima di trovare il posto da cui arrivava una tale fragranza celestiale.
Entrai e fui subito avvolto,accolto e coccolato da un abbraccio di tepore; cioccolato caldo e brioches mescolato ad un sentore di arcobaleno, di luce multicolore, di uccellini cinguettanti e di amore a profusione. Ero in paradiso
Si il freddo mi stava dando particolarmente alla testa, o almeno e quello che credo ancora adesso.

Ero li che mi crogiolavo nel caldo, intanto mi avvicinavo ad una vetrinetta di cristallo contenente qualsiasi leccornia inventata dagli albori della storia.

Il posto era affollato, tante persone mi circondavano, tutte sorridenti; e come non si farebbe a sorridere in una pezzo di paradiso come quello? Bastava solamente sfilare il portafoglio e anche io avrei fatto parte di quel paradiso.

Ma ovviamente non tutto poteva finire in bellezza…a cusotodia di quel paradiso c’era il peggiore dei demoni, il male incarnato, la bestia immonda, il gran bastardo…nonchè cameriere caposala di quel posto, che successivamente capii frequentato dai peggio fighetti della città.

COn aria sciocciata e schifata, me lo ricordo come fose allora:
“Ehi tu, qui non facciamo la carità vattene o chiamo la polizia e non toccare la vetrinetta che la sporchi”- disse il granbastardo
“ehmm ma anche io vorrei fare parte di questo pezzo di paradiso, vorrei solo sedermi e prendere una decina di fette di torta con della panna, e magari qualche biscottino con della cioccolata” – risposi io con voce tremante
“Non puoi sederti, da come vesti non sembri poterti permettere quello che offriamo”- rispose lui sorridendo e mostrando tutti i 124 denti, si ne aveva 124 non so come fosse possibile ma cosi era.

Il grande infame fece un gesto e da dietro una porta nascosta apparvero due energumeni completamente estranei al luogo; altamente tozzi ed enormemente magri, faccie sfreggiate e capelli militarmente acconciati; vestiti di vestiti dozzinalmente fighetti e catene d’oro.

Loro tre erano fermi di fronte a me dietro di loro si estendeva a perdità d’occhio il paradiso che a me era precluso, espiare le mie colpe non sarebbe servito. Non potevo entrare.

Il paradiso non è per tutti.

Fu allora che presi la decisione che mi rese quello che sono ora. Se io non potevo avere almeno un pezzettino di paradiso, tutto il locale avrebeb avuto un assaggio di inferno.

Non ebbi esitazioni, quello che feci fu silenzioso ma letale. Mentre mi giravo per uscire emisi una letale,ma non rumorosa, fuorisucita di gas intestinale.

Per un attimo prima di uscire mi fermai ad osservare la scena: colpi di tosse convulsi, conati di vomito, lacrime di sangue, cani che fuggivano all’impazzata; il giorno dopo lessi sul giornale che per motivi igenici dovettero buttare tutto il cibo presente nel locale e arieggiare per molti giorni tutte le stanze. Non fecero il mio nome, si parlava solo di un non meglio identificato scherzo di cattivissimo gusto(e io aggiungerei: di odore anche peggiore).

Questo fu come inventai la puzzetta silenziosa e letale, si lo inventata e brevattata io; ogni volta che ne fate uso mi arrivano dei soldi a casa.
Un giorno magari vi dirò come ho simulato un terremoto e fatto evacuare un intero palazzo.

Da allora di strada ne ho fatta e di soprannomi me ne hanno dati tanti: mister silenzioso e letale, capitan flatulenzio, rombo di culo, aereo-che-passa-a-bassa-quota, terremoto, hai-mai-ballato-in-una-notte-di-flatulenza,lo scorreggione, fiammata letale(questo quando venni sfidato ad appiccare un incendio).

Ora passo il mio tempo a far annusare un pezzo di “inferno” ai malcapitati abitanti della città,sei alla fermata del pullman senti strani odori? Probabilmente ero io che volteggiavo a qualche isolato di sistanza.
Senti un aereoplano a bassa quota che fa casino? Mi spiace per te ma non era un aereoplano.
Sei al ristorante con tutta la famiglia a goderti il pranzo di Natale? Io sono li a rovinarvelo “suonando” Jingle Bells.

Ora vi lascio e sperate di non incontrarmi.

Sogni

Ieri sera credo di averti sognata.
Nel sogno ero li che leggevo sdraiato sul letto come al solito,mi hai chiamato.
Mi sono girato sorpreso, mi sorridevi e io ho ricambiato.
Siamo stati l’uno di fronte all’altra, tu sorridevi e basta.
Forse mi hai detto qualcosa.
-“Andrà tutto bene”-
-“Non sei solo”-
-“Sono fiera di te”-
-“Non è colpa tua”-
Risposte a domande che continuo a farti e forse questo era il tuo modo di rispondermi.
Ma purtroppo non ho sentito , o non ho voluto sentire.
Stare li a sorriderci a vicenda tanto mi bastava.

Il giorno in cui ho smesso di pregare

Un pomeriggio di tre anni fa te ne andasti. Era metà settembre, c’era vento e faceva ancora un po’ caldo.
La diagnosi era arrivata pochi mesi prima, all’inizio dell’estate: tumore ai polmoni.
Pensavamo che potesse andare bene, che saresti guarita. Eri fiduciosa anche tu, credo.
Ma non so… ogni sera, quando rientravo dal lavoro, ti vedevo sempre più stanca, senza voglia di mangiare.
Ho paura di pensare che ti fossi già arresa.
Provavo ad aiutarti: ti accendevo la TV e cercavo di farti mangiare qualcosa, ma so che lo facevi solo per non farmi preoccupare troppo.
Dopo poco mi dicevi che volevi dormire e di non preoccuparmi. Io spegnevo la TV e me ne andavo.

In quel periodo credevo ancora in un Dio misericordioso, e pregavo.
Mi ricordo ancora il giorno in cui ti tennero in osservazione in ospedale dopo la terapia.
Alcune complicazioni, dicevano i medici. Preferivano farti restare lì per la notte.
Ricordo bene anche l’angoscia e la paura per quella telefonata, arrivata all’alba: complicazioni più gravi al cuore, era necessario un intervento d’urgenza.

Il giorno dopo, quando siamo venuti a trovarti, credo sia stata l’ultima volta che ti ho vista camminare.
Ti abbiamo aiutato lungo il corridoio dell’ospedale.
Papà, ogni tanto, provava a spiegarmi meglio la tua condizione ripetendo le parole dei medici.
Verso la fine mi disse che le cure erano solo un placebo per non farti soffrire.

Fu così che a settembre te ne andasti.
Eri a casa, ormai non c’era più nulla da fare.
Sdraiata nel tuo letto, eri fragile come mai avrei potuto immaginare.
Nulla di quello che dicevo sembrava alleviare la tua sofferenza.
“Ma’, sono qui, sono Andrea. Ti prego, non mi lasciare.”
Forse eri già oltre, forse non mi sentivi più.
Ti tenevo stretta la mano. Ogni tanto parlavi… non so se ti rivolgessi a me, purtroppo non capivo: le frasi erano spezzate, in dialetto sardo.

Papà e Stefano giravano per casa. Credo stessero organizzando “il dopo”: che vestito metterti? Quale agenzia funebre contattare?
Era solo il loro modo di non impazzire.
Passò anche il prete per l’estrema unzione.
Io continuavo solo a tenerti la mano.
Non avrei mai più pregato nessuno, anche se credo ancora che da qualche parte un Dio ci sia.
Non so dove, né in che forma, ma c’è.
Voglio pensare che un giorno ci rivedremo, in qualche modo.

Già quella mattina avevi difficoltà a respirare: respiri brevi, affannosi, frequenti.
Quanto avrei voluto alleviarti, anche solo per un attimo, il male che ti stava portando via.
Poi, alle cinque del pomeriggio, il respiro si fece sempre più veloce… e flebile.
E alla fine non c’eri più.

Nei giorni successivi ancora non ci credevo.
Sistemare le tue cose mi faceva stare male.
Tra tutte le tue cose conservavi ancora una ciocca dei miei capelli, di quando ero bambino.

Purtroppo non ci si fa mai davvero l’abitudine, ma almeno si impara a conviverci.
Pensavi che mi sarei dimenticato il tuo viso e la tua voce?
Non succederà mai. I tuoi ricordi sono impressi a fuoco nella mia mente.
E poi, per rivederti, mi basta guardarmi allo specchio: il mio viso è il tuo viso.

A mente fredda, mi sono ricordato che ogni tanto provavo a farti smettere di fumare.
Mi arrabbiavo e ti nascondevo le sigarette… ma poi cedevo alle tue lamentele.
Un po’ di rimorso per non essere stato più deciso a farti smettere c’è, sì…
E il dubbio che forse, se ci fossi riuscito, ora saresti ancora qui, mi perseguiterà a vita.
Dovrò solo imparare a conviverci.

…ma quella borsa????

…ogni tanto mio padre se ne esce con delle frasi che mi spiazzano.
“Andrea, con quella borsa che ti porti sempre dietro potrebbero scambiarti per uno di quelli che vanno a picchiare alle manifestazioni”
No aspetta, ho capito male, sono le 7 del mattino e ho sonno, il cervello lo accendo intorno alle 9.
“Scusa,che hai detto?”-“Sisi quella borsa cosi pesante che ti tiri dietro ogni volta che esci, rischi di farti arrestare”
Si, purtroppo avevo capito bene.
“E’ pesante perchè ci tengo libri in borsa lo sai, te lo gia detto”.
“…e si ma se giri per torino con sta borsa pesante e il cappuccio della felpa tirato su sembri uno di quelli, quella borsa se la lanci fa male”.
Si è vero giro per torino con il cappuccio tirato su(solo se piove o fa freddo) e la borsa è sempre piena di libri e fumetti, ma essere scambiato per un teppista?Mi vedo gia a far roteare la borsa tipo martello di Thor e lanciarla.
“…e poi sempre sta storia che compri carta e la metti in giro per casa, ma li leggi tutti? diventi più inteligente?”
Ok forse è il caso che vado a prendere il pullman,altrimenti faccio tardi a lavoro; chissà magari oggi è la volta buona che mi arrestano.

Adeus (arrivederci in portoghese?)

…e poi, un giorno, così inaspettatamente, mi accorgo di cosa voglia dire davvero “mi manca una persona”.
Non avrei mai pensato potesse succedermi.
(Sì, lo so che ci rivedremo — non ti libererai così facilmente di me — ma comunque la scrivania qui rimane vuota.)

Un giorno sei lì a dire cazzate, a fare battute sceme… e il giorno dopo le strade si dividono.
E ti ritrovi con il peso di qualcosa che manca, proprio lì, sullo stomaco.

Mi affeziono poco alle persone, diciamo che faccio una discreta selezione all’ingresso.
Ma a quanto pare capita anche a me, ogni tanto.
Forse sono più “umano” di quanto creda.
E forse non sono così orso come molti vorrebbero farmi credere.

Mi pare si dica che alle persone che consideri amiche regali un pezzo del tuo cuore… o della tua anima… o, perché no, della tua merenda.
Credo sia vero.
Oltretutto, in ogni mia singola “tassata”, c’era (e c’è) un piccolo pezzo di me.

L’unica cosa che posso sperare è che tutte le cazzate dette e fatte abbiano potuto alleggerire almeno un po’ il peso delle giornate lavorative.
Per me è stato così.
E spero che ti accompagnino ovunque tu vada.

Grazie per avermi fatto da spalla.
E grazie per avermi concesso di essere la tua.
Un giorno, saremo un duo comico formidabile.

Infine, un arrivederci in portoghese: adeus.
(Anche se credo sia sbagliato, perché Google Translate dà la stessa traduzione anche per “addio”.)