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Sogni

Ieri sera credo di averti sognata.
Nel sogno ero li che leggevo sdraiato sul letto come al solito,mi hai chiamato.
Mi sono girato sorpreso, mi sorridevi e io ho ricambiato.
Siamo stati l’uno di fronte all’altra, tu sorridevi e basta.
Forse mi hai detto qualcosa.
-“Andrà tutto bene”-
-“Non sei solo”-
-“Sono fiera di te”-
-“Non è colpa tua”-
Risposte a domande che continuo a farti e forse questo era il tuo modo di rispondermi.
Ma purtroppo non ho sentito , o non ho voluto sentire.
Stare li a sorriderci a vicenda tanto mi bastava.

Il giorno in cui ho smesso di pregare

Un pomeriggio di tre anni fa te ne andasti. Era metà settembre, c’era vento e faceva ancora un po’ caldo.
La diagnosi era arrivata pochi mesi prima, all’inizio dell’estate: tumore ai polmoni.
Pensavamo che potesse andare bene, che saresti guarita. Eri fiduciosa anche tu, credo.
Ma non so… ogni sera, quando rientravo dal lavoro, ti vedevo sempre più stanca, senza voglia di mangiare.
Ho paura di pensare che ti fossi già arresa.
Provavo ad aiutarti: ti accendevo la TV e cercavo di farti mangiare qualcosa, ma so che lo facevi solo per non farmi preoccupare troppo.
Dopo poco mi dicevi che volevi dormire e di non preoccuparmi. Io spegnevo la TV e me ne andavo.

In quel periodo credevo ancora in un Dio misericordioso, e pregavo.
Mi ricordo ancora il giorno in cui ti tennero in osservazione in ospedale dopo la terapia.
Alcune complicazioni, dicevano i medici. Preferivano farti restare lì per la notte.
Ricordo bene anche l’angoscia e la paura per quella telefonata, arrivata all’alba: complicazioni più gravi al cuore, era necessario un intervento d’urgenza.

Il giorno dopo, quando siamo venuti a trovarti, credo sia stata l’ultima volta che ti ho vista camminare.
Ti abbiamo aiutato lungo il corridoio dell’ospedale.
Papà, ogni tanto, provava a spiegarmi meglio la tua condizione ripetendo le parole dei medici.
Verso la fine mi disse che le cure erano solo un placebo per non farti soffrire.

Fu così che a settembre te ne andasti.
Eri a casa, ormai non c’era più nulla da fare.
Sdraiata nel tuo letto, eri fragile come mai avrei potuto immaginare.
Nulla di quello che dicevo sembrava alleviare la tua sofferenza.
“Ma’, sono qui, sono Andrea. Ti prego, non mi lasciare.”
Forse eri già oltre, forse non mi sentivi più.
Ti tenevo stretta la mano. Ogni tanto parlavi… non so se ti rivolgessi a me, purtroppo non capivo: le frasi erano spezzate, in dialetto sardo.

Papà e Stefano giravano per casa. Credo stessero organizzando “il dopo”: che vestito metterti? Quale agenzia funebre contattare?
Era solo il loro modo di non impazzire.
Passò anche il prete per l’estrema unzione.
Io continuavo solo a tenerti la mano.
Non avrei mai più pregato nessuno, anche se credo ancora che da qualche parte un Dio ci sia.
Non so dove, né in che forma, ma c’è.
Voglio pensare che un giorno ci rivedremo, in qualche modo.

Già quella mattina avevi difficoltà a respirare: respiri brevi, affannosi, frequenti.
Quanto avrei voluto alleviarti, anche solo per un attimo, il male che ti stava portando via.
Poi, alle cinque del pomeriggio, il respiro si fece sempre più veloce… e flebile.
E alla fine non c’eri più.

Nei giorni successivi ancora non ci credevo.
Sistemare le tue cose mi faceva stare male.
Tra tutte le tue cose conservavi ancora una ciocca dei miei capelli, di quando ero bambino.

Purtroppo non ci si fa mai davvero l’abitudine, ma almeno si impara a conviverci.
Pensavi che mi sarei dimenticato il tuo viso e la tua voce?
Non succederà mai. I tuoi ricordi sono impressi a fuoco nella mia mente.
E poi, per rivederti, mi basta guardarmi allo specchio: il mio viso è il tuo viso.

A mente fredda, mi sono ricordato che ogni tanto provavo a farti smettere di fumare.
Mi arrabbiavo e ti nascondevo le sigarette… ma poi cedevo alle tue lamentele.
Un po’ di rimorso per non essere stato più deciso a farti smettere c’è, sì…
E il dubbio che forse, se ci fossi riuscito, ora saresti ancora qui, mi perseguiterà a vita.
Dovrò solo imparare a conviverci.

…ma quella borsa????

…ogni tanto mio padre se ne esce con delle frasi che mi spiazzano.
“Andrea, con quella borsa che ti porti sempre dietro potrebbero scambiarti per uno di quelli che vanno a picchiare alle manifestazioni”
No aspetta, ho capito male, sono le 7 del mattino e ho sonno, il cervello lo accendo intorno alle 9.
“Scusa,che hai detto?”-“Sisi quella borsa cosi pesante che ti tiri dietro ogni volta che esci, rischi di farti arrestare”
Si, purtroppo avevo capito bene.
“E’ pesante perchè ci tengo libri in borsa lo sai, te lo gia detto”.
“…e si ma se giri per torino con sta borsa pesante e il cappuccio della felpa tirato su sembri uno di quelli, quella borsa se la lanci fa male”.
Si è vero giro per torino con il cappuccio tirato su(solo se piove o fa freddo) e la borsa è sempre piena di libri e fumetti, ma essere scambiato per un teppista?Mi vedo gia a far roteare la borsa tipo martello di Thor e lanciarla.
“…e poi sempre sta storia che compri carta e la metti in giro per casa, ma li leggi tutti? diventi più inteligente?”
Ok forse è il caso che vado a prendere il pullman,altrimenti faccio tardi a lavoro; chissà magari oggi è la volta buona che mi arrestano.