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Eroi di un tempo lontano lontano: come nasce una leggenda.

Per te ho ballato sotto la pioggia

Ci siamo conosciuti tanti anni fa, non ricordo quanti ormai, il tempo mi gioca brutti scherzi ultimamente. Era estate e faceva caldo. Non avrei mai pensato di poterti piacere e quindi mi limitavo alle solite frasi di cortesia: “Ciao, come va?”, tu ogni volta mi rispondevi con un “Ciao, tutto bene” e nel rispondere ti si illuminavano gli occhi. In quel periodo non penso di averti mai vista triste o arrabbiata, ti muovevi come a passo di danza e nel mentre sorridevi.

Sorridevi se ti trattavano con cortesia e sorridevi anche se ti trattavano in maniera sgarbata. Mi piaceva il tuo modo di rapportarti a chi ti circondava.

Poi un giorno, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi hai chiesto se volevo andare a mangiare qualcosa fuori, la sera.

“Che ne pensi di un hamburger? Conosco un posto dove li fanno molto buoni.”

Per un attimo mi ricordo di aver balbettato, forse la risposta ha faticato un attimo ad uscire; tra me e me pensavo “Wow, veramente mi ha chiesto se voglio andare a mangiare qualcosa con lei?”

Dopotutto credevo di essere il tipo di persona a cui una ragazza non chiede una cosa simile, soprattutto se mi conosce poco; sì, lo so, era solo una cena a base di hamburger e patatine, ma per me era importante. Ho accettato e forse non sai che quella volta hai fatto di me la persona più felice del mondo.

Quella sera ho scoperto che avevamo qualche passione in comune; ti piacevano i videogiochi, ti piaceva leggere, ti piacevano il fantasy e la fantascienza.

Però soprattutto vivevi per la danza e che avresti danzato per sempre se avessi potuto.

Mi hai anche parlato dei tuoi problemi, di cosa non ti andava bene nella vita, di cosa avresti voluto cambiare e di qualche tuo progetto futuro.

Abbiamo continuato a chiacchierare per tutta la serata fino a casa, anche tu abitavi fuori città a pochi chilometri da me e abbiamo continuato a parlare per tutto il tragitto.

Io comunque, più che parlare, ti ho ascoltato. Mi piaceva sentirti parlare della tua vita, mi piaceva ascoltarti.

Dopo quel giorno hai cominciato a chiedermi se magari volevo venire a mangiare qualcosa con te dopo il lavoro o magari se uscivamo nei weekend. Ti interessavi a quello che facevo, venivi con me in fumetteria o in libreria e mi chiedevi che videogiochi mi piacessero, ed io ero sempre più felice di aver incontrato una ragazza che si interessasse a quello che mi piaceva, a quello che facevo. Ti andava bene anche se ci facevamo solamente due passi in centro e non mi ha mai dato fastidio aspettarti quando magari ti fermavi in un negozio.

Lo so che mi consideravi solo un amico, ma io speravo e sognavo.

Mi ricordo quella volta al Salone del Libro, pioveva già dalla mattina durante la coda per entrare; quando siamo usciti la pioggia si era trasformata in un diluvio e io come al solito ero senza ombrello; ci siamo completamente inzuppati però almeno i libri si sono salvati.

Ancora rido pensando che all’uscita, sotto la pioggia, mi sono messo a ballare e a cantare “Singing in the Rain” con tanto di base sul cellulare. Non sono alla pari di Gene Kelly, i miei passi erano quelli di un pinguino goffo e la mia voce non è un granché, però ridevi e ridevi. E la pioggia era come se non ci fosse.

Forse è stato proprio da quel giorno sotto la pioggia che ho iniziato ad essere un po’ meno chiuso e a parlarti di me, senza limitarmi ad ascoltarti. Ti ho raccontato le cose belle della mia vita e quelle brutte; fatti della mia vita che non ho mai detto a nessuno, che nemmeno la mia famiglia conosce; mi faceva piacere condividere con te la mia vita, come non avevo fatto con nessun’altra.

Dopo quel giorno volevo fare qualcosa che ti piacesse davvero; piccole cose, ma che sapevo avresti apprezzato e che ti avrebbero fatta sentire speciale; come quel pomeriggio, se non ricordo male era il tuo compleanno, ero riuscito ad organizzare un giro in un mercatino dei fiori, seguito da un tour di un mercato di vestiti vintage e una visita a un museo della cipria, il tutto seguito da prove di essenze in una delle migliori profumerie di Torino.

Per qualche mese mi sono sentito felice, pensavo realmente di piacerti.

Poi un giorno ho deciso di regalarti delle rose, tre per la precisione; non sono solito fare regali simili quindi pensavo che tre rose andassero bene. Scherzando ti dicevo sempre che è meglio regalare una pianta che dura di più. Ho fatto recapitare i fiori in ufficio, con un biglietto anonimo; sul biglietto c’era una frase in modo che capissi che ero stato io.

Mi hai ringraziato e mi hai anche detto che per te ero solo un buon amico. Però hai smesso di parlarmi, o quasi, per i 6 mesi successivi.

Se ho commesso un errore non riesco ancora adesso a capirlo. Dove ho sbagliato?

Credo che l’anno seguente hai voluto provare a farti perdonare organizzando la mia festa di compleanno a sorpresa. Non so cosa ti passasse per la testa e non penso che hai capito quanto male mi hai fatto l’anno precedente. Male quasi fisico, da togliere il respiro, male nel sentire il cuore che va a mille o di sentirlo che rimbomba cupo all’interno del petto, male nel non riuscire a dormire bene, male nel non riuscire a mangiare perché lo stomaco va per i fatti suoi, male nel mangiare troppi dolci sfogando nel cibo la tristezza, male per aver capito che per te ero importante solo quando potevo ascoltare i tuoi problemi e di non contare nulla nemmeno come amico.

Mi ha fatto stare male, però vorrei anche ringraziarti.

Grazie perché mi hai fatto capire che non sono la persona arida che credevo fossi. Fatico già con l’amicizia, figuriamoci con qualcosa di più complesso. Mi fa strano poter scrivere “amore”; forse era solo all’inizio, un germoglio, però sì, credo fosse amore. Anche solo il male che ho sentito quando hai deciso che non esistevo più mi ha fatto capire che sono tutt’altro che arido.

Grazie per avermi fatto capire che l’amore (ovviamente era unidirezionale, in questo caso) non è solo una questione fisica, ma anche di mente e cuore; amore vuol dire anche condividere quello che si è, condividere le proprie esperienze; condividere quello che molte persone definiscono il proprio bagaglio.

“Ecco, questo sono io e questo è quello che ho dentro di me” [intanto idealmente mostro la mia carta di identità, spero che renda l’idea di cosa intendo per condividere]

Mi faceva piacere condividere con te quello che sono e quello che mi porto appresso.

Grazie perché finalmente ho capito appieno che cosa è l’amicizia; usando dei termini tecnici, è una comunicazione bidirezionale. Nel caso più semplice è composta da due soggetti, in assenza di feedback la comunicazione è assente; sicuramente avrai avuto i tuoi buoni motivi per interrompere questa comunicazione.

Ogni tanto ti scrivo su FB per sapere come ti va la vita, mi rispondi sempre in maniera cordiale ma nulla di più. Ogni tanto spero ancora di ricevere un tuo messaggio, ma per ora sono state solo speranze vane; ma per te sono diventato così invisibile che non riesci a scrivermi anche solo un “Ciao” di tua iniziativa? Hai forse dimenticato le risate che ci siamo fatti? E i sabato pomeriggio passati a gironzolare senza una meta per Torino e a chiacchierare del più e del meno? Veramente per te non ero altro che la persona con cui sfogarsi dei propri problemi e dalla quale sentirsi dire che “va tutto bene”?

Un Gamer non muore mai

Il Triade-Class system è il fulcro di ogni gioco multiplayer massivo: Tank, DPS e Healer; queste tre classi rappresentano tre tipologie di approccio al gioco, tre stili e tre mentalità differenti. Però se con le stesse persone giochi molto, scopri che c’è altro. Non è solo un interazione di pixel su schermo, ma è anche amicizia; amicizia fondata su interazione online e, se si è molto fortunati, anche nella vita reale.

D. ti ho incontrata 15 anni fa, eri una maga, DPS. Eravamo su di una pianura, nel mezzo di una battaglia, il tuo compagno A. al tuo fianco a proteggerti. Ti incazzavi perchè io Healer, non riuscivo a supportarti a dovere; a ripensarci ora mi viene da ridere, tu pronta alla battaglia incurante del pericolo mentre il resto del gruppo a sperare che tutto filasse liscio. Piano piano ci siamo conosciuti e ho conosciuto il tuo compagno,A., il legame in gioco si è rafforzato diventando amicizia; ci siamo conosciuti di persona, bevuto birre e lanciato noccioline in quel locale dove forse non ci faranno più entrare.

Il gruppo si è ingrandito prima, ristretto poi, per poi ritornare ad ingrandirsi. Abbiamo cambiato campi di battaglia, conosciuto persone,ma tu eri sempre li in prima linea a sparare palle di fuoco con il tuo fidato A. a proteggerti. Molte volte le strade si sono separate per ricongiungersi mesi dopo, piano piano queste separazioni si sono fatte sempre più frequenti fino a che un giorno eri solo una voce che ci salutava dal microfono di A. Fino a che un giorno, le chiaccherate in chat vocale anche con A. si sono ridotte a zero, ci limitavamo a qualche messaggio in chat e agli auguri su wahtsup. “E’ la vita” ho pensato, “come al solito sentirò A e D, quando esce un nuovo gioco online”.

Però pochi giorni fa ho risentito A dopo tanto tempo…e ho capito questa vostra assenza, mi ha detto che che nei 2 anni precedenti hai combattuto e perso una battaglia. Lui al tuo fianco come sempre, questa volta però la battaglia era nella vita reale e dalla sua voce ho capito come si fosse sentito inerme. Dopotutto contro qualcosa di cosi grande e cattivo non poteva aiutarti come aveva fatto tante volte in un gioco, questo purtroppo è la vita. Poteva solo starti vicino.

“Andrea, D. non c’è più se ne andata. Andrea, D. è morta”, tumore ai polmoni era la tua sentenza e la tua condanna.

Ho pianto per te, per quello che hai passato e sofferto. Ho pianto per la paura che hai avuto. Hai lottato vero? Sicuramente si.

Ho pianto per A., per la sua sofferenza e per quello che ha passato anche lui. Al tuo fianco ogni giorno a sperare e pregare.

Io non so se esistano dio o il paradiso, vorrei solo che A un giorno abbia la possibilità di rivederti, era cosi triste, sai? Sconsolato. Distrutto. Non saprei nemmeno come descrivere la sensazione che ho provato ascoltando la sua voce al telefono; è stato come sentire un’eclissi di sole, ma non dall’inizio quando vedi il sole piano piano diventare scuro per poi tornare luminoso. No, ascoltarlo parlare è stato come sentire un eclissi in eterno al suo apice, quando tutto è più scuro; sai che sotto c’è la luce ma sai anche che non la rivedrai mai più. Spero che il tempo e il ricordo dell’amore che avevate l’uno per l’altra lo possano aiutare.

Un gamer non muore mai, respawna al check point e aspetta il team per il regroup.

Ciao D. buon viaggio.

augurio /au·gù·rio/

Il vocabolario italiano mi dice che la parola auguri significa desiderare il bene o la felicità per altri; io, per questi tuoi 22 anni, ti faccio un googol di auguri.

Ti auguro tutto quello che tu possa desiderare: un cane, un gattino, una stella, un pozzo d’acqua fresca in mezzo a un giardino, una tavoletta di cioccolato grande quanto un palazzo, una stella cometa che passa e ti saluta, una nuvola che ogni volta che distogli lo sguardo e ritorni a guardarla ha una forma diversa; ti auguro di avere un biglietto per 1000 viaggi ovunque tu voglia, un quartetto di archi che evidenzi ogni tuo passo e un trombone che sottolinei ogni tua caduta… uno scroscio di applausi ogni qual volta ti risolleverai; ti auguro di avere 100 progetti e di portarne a compimento 99… non siamo perfetti e sbagliando si impara (ma non preoccuparti, sarà un progetto marginale); ti auguro una corsa infinita in riva all’oceano, sulle rive del Portogallo, con le onde che ti solleticano i piedi. Ti auguro di trovare amici in ogni parte del mondo che visiterai, ma anche un acerrimo nemico ogni tanto. Ti auguro di avere mille storie da raccontare e mille canzoni da cantare, così quando sarai vecchia fra un milione di anni potrai raccontare ai tuoi nipoti e ai gatti che sicuramente ci saranno lì in quel momento (intendo i gatti, i nipoti te li auguro) quanto è bello il mondo e che non devono avere paura di nulla.

Ti auguro qualsiasi cosa ti possa rendere felice; la tua felicità è fonte della mia felicità. Finché tu sorriderai, come uno specchio io sarò lì a ricambiare il sorriso. Se piangerai, invece, io sarò lì a fare la faccia da scemo per tirarti su di morale… come giustamente fa ogni specchio che si rispetti.

Quest’anno volevo farti il regalo più bello che si possa immaginare, oltre ogni immaginazione, brillante dai mille colori, profumato di lavanda e morbido come una piuma d’oca, un regalo degno di una regina delle favole… ma ahimè mi sono dimenticato il giorno; dovrò dire ai folletti di riporlo sulla torre più alta del castello. Sarà per il prossimo anno. Per quest’anno dovrò ripiegare magari su qualcosa di più semplice come per esempio un pezzetto del mio cuore rinsecchito, utile come segnalibro; o magari un set di pentole; o magari una tavoletta copriwater trasparente con i pescetti finti dentro (sì, purtroppo esiste)… oh sì già forse potrei regalarti… già già… eh eh… sarà perfetto.

Auguri

Adeus (arrivederci in portoghese?)

…e poi, un giorno, così inaspettatamente, mi accorgo di cosa voglia dire davvero “mi manca una persona”.
Non avrei mai pensato potesse succedermi.
(Sì, lo so che ci rivedremo — non ti libererai così facilmente di me — ma comunque la scrivania qui rimane vuota.)

Un giorno sei lì a dire cazzate, a fare battute sceme… e il giorno dopo le strade si dividono.
E ti ritrovi con il peso di qualcosa che manca, proprio lì, sullo stomaco.

Mi affeziono poco alle persone, diciamo che faccio una discreta selezione all’ingresso.
Ma a quanto pare capita anche a me, ogni tanto.
Forse sono più “umano” di quanto creda.
E forse non sono così orso come molti vorrebbero farmi credere.

Mi pare si dica che alle persone che consideri amiche regali un pezzo del tuo cuore… o della tua anima… o, perché no, della tua merenda.
Credo sia vero.
Oltretutto, in ogni mia singola “tassata”, c’era (e c’è) un piccolo pezzo di me.

L’unica cosa che posso sperare è che tutte le cazzate dette e fatte abbiano potuto alleggerire almeno un po’ il peso delle giornate lavorative.
Per me è stato così.
E spero che ti accompagnino ovunque tu vada.

Grazie per avermi fatto da spalla.
E grazie per avermi concesso di essere la tua.
Un giorno, saremo un duo comico formidabile.

Infine, un arrivederci in portoghese: adeus.
(Anche se credo sia sbagliato, perché Google Translate dà la stessa traduzione anche per “addio”.)