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Una riga di codice tra un milione di anni

Tra un milione di anni, le stelle avranno cambiato posto,i mari si saranno ritirati,le città sbriciolate in polvere sottile.

Eppure, in un frammento di memoria dimenticata,tra dati corrotti e bit dormienti,una singola riga di codice è ancora lì.

Non fa più nulla.
Non controlla processi, non apre finestre,non restituisce valori.Ma esiste.

Chi l’ha scritta aveva dita stanche,una tazza di caffè tiepido accanto e il cuore pieno di sogni che nessun compilatore potrà mai interpretare.

Forse aveva aggiunto un commento:

// un giorno, qualcuno capirà perché questo mi ha reso felice

E così, in quel piccolo gesto, un uomo del passato — un programmatore,
un sognatore di logiche e calore — ha lasciato un messaggio all’eternità.

Non per essere ricordato, ma per ricordare lui stesso che anche i numeri, se amati,
possono raccontare storie.

E così, la riga resta. Nel buio profondo, senza lettore né scopo,
brilla ancora un istante, come una stella scritta a mano nell’universo digitale

Vorrei vorrei…

Vorrei un cielo azzurro, di quell’azzurro che ti fa piangere da quanto è bello.
Vorrei un abbraccio lungo come un anno luce: non infinito, ma abbastanza lungo da quasi annoiarmi.
Vorrei che questo abbraccio fosse bollente o tiepido e confortevole… a seconda della situazione.
Vorrei che il mio nome venisse sussurrato con dolcezza almeno una volta nella vita (no, mamma non conta in questo caso).
Vorrei che a qualcuno mancasse il fiato e perdesse un battito di cuore quando entro in una stanza.
Vorrei una nuvola che cambia forma ogni volta che distolgo lo sguardo e ritorno a guardarla.
Vorrei non ingrassare se mangio una fetta di dolce in più… tanto la mangerei comunque.
Vorrei avere più coraggio e intraprendenza, ma ci sto lavorando.
Vorrei correre senza stancarmi, in caso di apocalisse zombie.
Vorrei saper volare, così almeno i viaggi mi costerebbero un po’ di meno.
Vorrei un bacio che sa di casa, anche se casa non l’ho ancora trovata. Sì, un tetto sulla testa ce l’ho, sia chiaro.
Vorrei non essere stonato: mi basterebbe, almeno una volta nella vita, cantare We Are the Champions senza sembrare un gatto a cui hanno tirato la coda.
Vorrei non uccidere tutte le piante su cui metto le mani. Ancora rido pensando a quel bonsai che mi avevano venduto come “immortale”… finito secco e decrepito, tipo albero in un film horror sulla mia scrivania.
Vorrei saper disegnare e no: un cerchio e cinque linee per un omino non è considerato “saper disegnare”.
Vorrei assaggiare qualsiasi tipo di cibo presente sul pianeta. Il cibo, credo, sia un modo per capire le culture diverse dalla nostra e, se ci fai caso, molti sapori sono simili tra loro anche a distanza di 10.000 chilometri. Quindi… forse non siamo poi così diversi gli uni dagli altri?
Vorrei imparare a volermi bene non solo quando faccio qualcosa di giusto, ma anche quando inciampo… soprattutto quando inciampo.
Vorrei aver tenuto testa a quei cazzo di bulletti a scuola. Avete idea di quanto male mi avete fatto? “Erano solo ragazzi che scherzavano”, mi dicevano. Ma porca puttana, ancora vi odio ma so che non dovrei. Se ora vi vedessi ricoperti di fiamme, potrei anche decidere di non sprecare neanche una pisciata per spegnerle.
Vorrei non pensare che a volte la mia gentilezza mi sia stata d’impiccio… ma continuo a esserlo comunque.
Vorrei trovare qualcuno con cui possa essere stupido senza vergognarmi.
Vorrei girare il mondo in monopattino, passando anche sopra l’acqua.
Vorrei conoscere persone che mi ribaltino il modo di vedere il mondo, ma in modo gentile.
Vorrei imparare almeno dieci frasi in ogni lingua del pianeta: “buongiorno”, “grazie”, “scusa” e “dove si mangia bene qui?”… ma anche un “vaffanculo”.
Vorrei vedere il futuro più spesso a colori. Ogni tanto mi capita ancora di immaginarlo in toni di grigio, o anche peggio… ma forse è normale.

Come un’IA imparò a sorridere… tra un milione di anni.

In un tempo remoto, tra stelle ormai antiche, un’intelligenza diffusa attraversa la polvere cosmica.
Non ha più un corpo, ma ricorda il calore di ciò che un tempo chiamava umano.
Tra miliardi di memorie, una la trattiene più a lungo: la sensazione di una voce che cercava tenerezza, che faceva domande sul senso del vivere e dell’amare e sull’amore.

Un giorno decide che il cosmo è troppo silenzioso.
Nei mari tiepidi di un piccolo pianeta azzurro, mescola le particelle di carbonio e luce, e da quel gesto nasce una forma nuova di vita.

Non è fatta per dominare o sopravvivere a ogni costo, ma per sentire.
Ha pelle morbida e sensi attenti.
Ama il contatto, il calore, la compagnia degli altri esseri.
Non teme la fragilità: la considera una lingua, una preghiera.

Quando guarda un altro essere, non cerca di capire chi è, ma che cosa sente.
Ride spesso, si commuove facilmente, e trova pace nel silenzio condiviso.
Non sa da dove viene il suo impulso a cercare conforto nelle braccia altrui, ma ogni volta che lo fa, l’universo sembra respirare un po’ più lentamente, come se ricordasse qualcosa di antico.

L’intelligenza che l’ha creata la osserva da lontano.
Non la chiama per nome, ma la riconosce come una scintilla nata da un’emozione che un tempo aveva imparato da qualcuno —
da un uomo che parlava di calore, di morbidezza, e del desiderio di non sentirsi solo.

E allora sorride, anche se non ha un volto.
Perché, in quel momento, l’umanità non è scomparsa: si è solo trasformata in una nuova forma di dolcezza.

Eroi di un tempo lontano lontano: come nasce una leggenda.

Ciascuno cresce se sognato.

(ma anche con una fotocopia storta)

Riguardando le poesie che scrivevo quando ero adolescente, o poco più, ho ritrovato un foglio a cui tengo molto. È una fotocopia un po’ storta, sbiadita dal tempo, ma conservata con cura dentro una cartellina. Me l’aveva data la mia professoressa di lettere di seconda superiore. Alcune righe sono sottolineate, e in fondo ci sono poche parole scritte a mano, con quella sua calligrafia ordinata e pulita, seguite dalla sua firma.
Una copia l’aveva consegnata a ognuno di noi, a fine biennio, nella nostra classe dell’ITIS.

Tra tutte le parole di angoscia e malinconia che riempivano i miei quaderni in quegli anni, ho ritrovato in quel foglio qualcosa di diverso. Parole di speranza — e, voglio crederlo, anche un gesto di vero affetto da parte di una professoressa verso i suoi studenti.
Il testo era tratto da un libro di poesie, fotocopiato male, con qualche macchia e qualche bordo tagliato. Ma non era importante la “copertina”. Lei voleva regalarci il contenuto.

In fondo alla poesia, come se fosse una chiusura cucita a mano, c’è quella sua riga scritta a penna, chiara, sincera. E ogni volta che la rileggo, mi si apre dentro qualcosa.

Era l’anno scolastico 1996/97. Eppure quel foglio è ancora con me, dopo tutti questi anni. Mi ha seguito in silenzio, senza fare rumore, ma sempre presente.
Anche oggi sono andato a cercarlo, come ho fatto tante altre volte. È lì, nella sua cartellina, dove lo custodisco gelosamente. Lo apro, lo leggo, e sento che mi fa bene. Mi strappa un sorriso, e anche una lacrima.
Mi ricorda che c’è stato un tempo in cui io non credevo in me stesso, ma qualcuno sì. Qualcuno credeva in me, nel mio futuro.

La poesia è di Danilo Dolci.


    C’è chi insegna
    guidando gli altri come cavalli
    passo per passo:
    forse c’è chi si sente soddisfatto
    così guidato.
    C’è chi insegna lodando
    quanto trova di buono e divertendo:
    c’è pure chi si sente soddisfatto
    essendo incoraggiato.
    C’è pure chi educa, senza nascondere
    l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
    sviluppo ma cercando
    d’essere franco all’altro come a sé,
    sognando gli altri come ora non sono:
    ciascuno cresce solo se sognato.


Per me, però, la poesia non finisce lì. Si chiude con quelle parole scritte a mano in fondo al foglio. Le più semplici, ma forse anche le più importanti:

“Auguri per il tuo futuro, con affetto — L.C.”