Stanotte il vento ha iniziato a cantare nel buio. Un sussurro di sabbia, poi un vortice che ha strappato pelle e poi carne e poi ossa, trasformandoli in polvere. Nessuno fece in tempo ad urlare, divennero prima polvere e poi vento ed infine il tornado prese forma, nessuno lo ha nominato: bastava guardare fuori — se avevi ancora un vetro intatto — per capire che un nome non serviva più.
Poi sono arrivati i fulmini. Non uno, non cento: migliaia, tutti nello stesso respiro, Tutti tra un battito di cuore e l’altro.
E la sabbia, incenerita, si è cristallizzata.
All’alba, al posto delle dune c’erano sculture di vetro, gallerie trasparenti, guglie lucide che accecavano chi osava fissarle troppo a lungo.
Dentro, corpi imprigionati. Fermi. Immobili. Congelati a metà tra respiro e silicio.
Qualcuno ride, da qualche parte, davanti a uno schermo acceso. Ride perché non è successo a lui.
Ride perché non sa che domani il vento tornerà a cantare. E forse lo farà anche a casa sua.