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Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

per tanti anni non ti ho mai chiesto nulla di materiale, avevo tutto quello che potesse servirmi. Non sono ricco, ma posso permettermi anche il superfluo. Sapendo di non aver bisogno di nulla, ti ho sempre chiesto una possibilità. Se ora mi stai chiedendo di che possibilità si tratti, vuol dire che non mi hai mai ben ascoltato. Quello che avrei sempre voluto è la possibilità di amare ed essere ricambiato.

Non l’amore che si può avere in famiglia o con gli amici più cari, quello non mi manca di certo. L’amore di cui parlo è quello di cui parlano i poeti. Per cui si sono scritte canzoni e poemi epici. Si esatto, l’Amore con la A maiuscola.

Avrei voluto questa possibilità, nel bene e nel male. Provare tutto quello che c’è di bello nell’amore ma anche quello che c’è di brutto. Non ti ho mai chiesto di avere tutto e subito e sopratutto non ti ho mai chiesto di avere solo il bello dell’amore.

Non pretendo di trovare l’anima gemella o l’altra metà della mia mela, anche perchè entrambe le metafore le considero delle cazzate. Non voglio aver nessuna gemella, sai che noia? E sopratutto non voglio una mezza mela.

Probabilmente mi sono sempre spiegato male io; quindi ecco perchè, forse, mi hai sempre e solo dato la parte brutta? Quella in cui senti il cuore che scoppia e sai che il tuo amore non verrà mai corrisposto.

Sono sempre stato un sognatore, come tale pensavo che se mai avessi avuto questa possibilità mi sarebbe piaciuto molto poter costruire qualcosa di più consistente e duraturo e magari un giorno anche avere un figlio.

Mi sa che però allora non sono mai stato meritevolte di quanto ti ho sempre chiesto, però mi sarebbe piaciuto almeno sapere il perchè.

Comunque quest’anno, non voglio più la possibilità di essere amato e ricambiato. No caro Babbo Natale, quest’anno voglio un Black Lotus. Tre mana di qualsiasi colore ad inizio turno sono più forti di qualsiasi amore.

 

 

Mi rimarrete nel cuore maledetti stronzi

Giacca. Cravatta. Il mio completo gessato. La mia camicia porta fortuna viola.
Quella mattina di dicembre ero al quarto colloquio di lavoro e mi stavo avvicinando agli uffici del quinto colloquio. Mentalmente ripassavo quello che avevo ripetuto fino alla nausea quel giorno e nei giorni passati: chi sono, cosa ho studiato, cosa ho fatto, dove voglio andare. Voglio solo uno stipendio non basta mai come risposta.
Mi sentivo pronto ad affrontare chiunque mi si fosse parato davanti, per sicurezza però era meglio rileggere il nome dell’azienda e con chi avrei dovuto sostenere il colloquio. Una cosa che mi ricordo di quel periodo e che portavo in tasca foglietti, tanti foglietti, sui cui scrivevo qualche informazione sui colloqui da sostenere: nome azienda, nome intervistatore e qualche informazione su cosa faceva l’azienda.

Quell’ultima azienda in particolare mi faceva storcere il naso, non a caso avevo fatto mettere il colloquio dopo altri quattro. Gia il nome mi sembrava molto arrogante e poi era una web agency, in quel periodo “web agency” per me voleva dire fare un passo indietro piuttosto che uno avanti. Con arroganza pensavo che il web fosse lo scalino più basso del lavoro di programmatore.   Fortunatamente da li a qualche mese mi sarei dovuto ricredere.
Percorsi velocemente gli ultimi metri che mi separavano dal portone in cui sarei dovuto entrare. Entrai nel palazzo, potevo ancora permettermi di fare le scale quasi di corsa e due gradini alla volta. All’entrata negli uffici fui accolto da quello che potrei definire un “caos buono”: gente che parlava normalmente, qualcuno che forse litigava pacatamente, alcune risate, della musica; magari c’era, ma non percepivo la tensione a cui mi ero abituato nei quattro anni precedenti. Mi passò anche per la mente che forse non sarebeb stato troppo male lavorare li.

Il colloquio comunque partì per il verso sbagliato, fui completamente spiazzato; magari fu volontario oppure no, l’intervistatore dopo essersi presentato mi disse:”Non ci servi ma comunque il colloquio lo facciamo lo stesso”. Probabilmente rimasi senza parole per un attimo.

Alcuni giorni dopo fui richiamato e accettai quello che mi veniva offerto. L’11 Dicembre 2009 cominciò la mia avventura in Domino.
Poco tempo dopo capii che lavorare per una web agency non era male come pensavo, mi si aprì un mondo che non avevo mai immaginato esistesse. Fino ad allora conoscevo solo quello che l’informatica offriva sul web, ma era solo la punta dell’iceberg. Non avrei mai potuto immaginare che fosse cosi articolato, cosi pieno di sfaccettature. Non era solo informatica, erano anche immagini, video, contenuti, interazione, storie, persone. Credo di aver imparato più nel primo anno in Domino che nei quattro precedenti in Eni, non limitandomi a rimanere chiuso all’interno di poche linee di codice.

Non sono stati solo rose e fiori, momenti in cui quello che faccio  è il lavoro più bello del mondo. Ci sono stati anche problemi e litigi, momenti in cui avrei voluto mandare al diavolo tutto e tutti. Belli o brutti sono stati tutti momenti che mi hanno arricchito e non sarebbe mai successo se quel giorno di dicembre non avessi scelto di provare a cambiare.

Urgenza /ur·gèn·za/ (quella volta in cui me la sono quasi fatta addosso)

Il vocabolario mi dice che la parola “urgenza” è un sostantivo femminile, il significato che più si avvicina alla mia necessità è: Il fatto, la condizione di essere urgente; situazione che richiede interventi immediati e rapidi.

Per la precisione il fatto, o la situazione, che necessitava la mia urgenza era l’andare in bagno alle 4 del mattino, di corsa; molto di corsa.

Ma quella notte non era una notte come le altre, qualcosa di strano stava succedendo.

I fatti che si susseguirono hanno un che di fantastico e onirico, soprattutto onirico come capii poi alla fine.

Apro gli occhi perchè un bisogno impellente mi chiama verso il bagno, devo fare pipi.

Metto i piedi giu dal letto e prendo la mia lampada portatile.

Prima di continuare aggiungo solo che la lampada portatile è utilizzata per non sbattere in giro per casa e per non calpestare il gatto che dorme dove capita.

Comunque riprendo il resoconto; metto i piedi giu dal letto e accendo la luce della lampada portatile. La lampada fa uno sbuffo infastidita, poverina stava dormendo.

Vado verso il bagno e accendo la luce. Sulle pareti le pistrelle fanno la ola accompagnate da un “Olè” alla mia apparizione.

Supero il bidet che mi saluta: “Buongiorno signore”.

Arrivo al gabinetto e sollevo la tavoletta, mi accingo a fare pipi finalmente. Nel mentre il gabinetto sghignazza. Ridi ridi stronzo, io magari lo avrò anche piccolo, ma non mi pare che tu abbia qualcosa che si avvicini anche lontanamente ad un organo di riproduzone.

Il water continua a sghignazzare, le piastrelle trattengono il sospiro e smettono di fare la ola, la lampadina della plafoniera allunga il collo per vedere meglio, gli spazzolini aprono l’antina del mobiletto sopra il lavandino, il lavandino con i tappi nelle orecchie continua a sonnecchiare ronfando pesantemente,  il bidet da di gomito alla lavatrice e la sveglia :”Guarda guarda la sta per fare”.

Sento che tutta la tensione accumulata sta per rompersi e defluire verso il basso, lascio andare e la prima goccia cade al rallentatore. Tutti attorno a me fanno un “ohhhhhh” di stupore, al rallentatore.

La prima goccia non ha ancora toccato l’acqua, tutti attorno a me rallentatorizzano il loro stupore e  mi viene in mente che il bidet mi ha dato del “signore”. Blocco tutto. La goccia tocca la superfìcie dell’acqua. Un “pling” rimbomba per tutto il bagno. Sento un leggero bruciore, la tensione accumulata dovrà aspettare.

“Signore”?????? Bhe forse si, dopotutto tu sei nato dopo di me, avevo 14 anni quando ti abbiamo acquistato nel negozio di sanitari. Mi guardo attorno e mi sorgono alcuni altri dubbi. Tra me e me mi chiedo “sogno o son desto?”.  Tutto attorno a me comincia a ridere e ridere…mi sveglio di colpo, sono ancora a letto. La mia urgenza è ancora fortunatamente li in attesa. Senza accendere la luce corro in bagno e fortunatamente questa volta niente sembra prendere vita.

 

 

 

Il peso

In fisica la forza-peso, o più comunemente chiamata peso, è la forza che il campo gravitazionale della terra esercita su di un corpo avente massa. In questo caso, dato che vi trovate sul mio blog, la forza-peso descrive l’interazione gravitazionale che c’è tra la mia massa e la massa del pianeta Terra.

In pratica, più un oggetto è grande(e quindi ha più massa) più la forza-peso sarà maggiore.

Ma questo non mi impedisce di amare con tutto me stesso, anche se molte persone pensano il contrario. Non ho mai capito perchè avere un interazione-gravitazionale troppo elevata possa limitare la propria capacità di amare.

Potrei urlarlo ai quattro venti

“Ti Amo e vorrei restare con te fino a che non saremo vecchi e rincoglioniti”

Potrei scriverlo sui muri, tatuarmelo sulla schiena o cantarlo sotto la tua finestra, ma non servirebbe a nulla.

Sono sovrappeso lo so, me ne rendo conto.

Ma essere un ciccione, mi rende peggiore di persone che esagerano con l’alcool? O che magari fumano? O, peggio ancora, che sfogano la propria rabbia picchiando il prossimo?

Oppure è solo perchè le forme di una persona sovrappeso non sono belle da vedere? Chi porta avanti la battaglia del siamo tutti uguali , si ferma quando una delle variabili in gioco va troppo al di fuori del pensiero comune? “Va bene se sei sovrappeso, ma se hai una gravità tutta tua mi fa un po’ schifo, si però attenzione mi fai solo schifo nel range che va da sovrappeso a chiattone, che sia chiaro”. E se fossi un pastafariano, sarei considerato “ok per il pensiero comune” oppure potrei finire nel calderone del troppo strano per essere accettato?

Sto provando a cambiare, per me è una cosa “di testa”; sfogo paure e depressioni con il cibo e la maggior parte delle volte vorrei solo essere abbracciato forte forte e sentirmi dire che va tutto bene e che sono bello anche cosi come sono.

 

 

 

Pizza anche a mezzogiorno e anche a colazione, e perchè non anche a merenda?

Tanti anni fa conobbi la pizza e fu amore a prima vista. Avevo pochi anni, ma seppi fin da allora che quello strano cibo rotondo mi avrebbe accompagnato per tutta la vita o finchè non fossi esploso mangiandone troppo.

La pizza era l’evento che sottolineava  un momento particolare o per rendere particolare il momento stesso.

Aspettavo con ansia quei momenti, pregustandomi l’attimo in cui avrei aperto la scatola contenitore e avrei annusato il vapore caldo e profumato di mozzarella,basilico e salsa; il caldo vaporoso mi avvolgeva il viso e io ci perdevo qualche attimo per cominciare a mangiare. Ero estasiato, come si poteva in cosi pochi ingredienti creare qualcosa di cosi buono? Tutti quei sapori e profumi ben distinti ma che si avvolgevano tra di loro e ti trascinavano in un vortice di perdizione sensoriale. In parole povere, ne ero estasiato. In quel periodo della vita rappresentava quello che c’era di buono da mangiare.

A quei tempi le pizzerie almeno dalle mie parti erano aperte solo  rigorosamente di sera ed esistevano solo le classiche varianti; eri additato come eretico se parlavi di pizze strane o, peggio ancora, se chiedevi una pizza strana; in quest’ultimo caso il cameriere era autorizzato a farti uscire dal retro del locale.

Ho venerato mio fratello per un po’ di mesi dopo che mi disse che aveva mangiato una pizza bismark in gita scolastica.

Cosi era per me ma credo anche per molti altri che conoscevo, la pizza era un rito, un cibo speciale che legava i commensali  in modo indissolubile e appacificava gli animi, la mozzarella fumante avrebbe sciolto il cuore di chiunque.

Ora purtroppo credo che si sia persa la pizza come rito e sia diventata un cibo da tutti i giorni. I cartelli “Pizza anche a mezzogiorno” hanno cominciato ad apparire piano piano timidamente in qualche pizzeria fino a diventare una conseutudine, rendendo futile la domanda “Ma qui si mangia la pizza anche a mezzogiorno” .

“Ovvio che si mangia anche a mezzogiorno, che domande sono?”

Anche le varianti sono cambiate, ne ho assaggiate di tutti i colori e sapori;da quelle dolci a quelle salate; dai gusti piccanti a quelli delicati; bruciate e poco cotte ;al tegamino  o normali o addirittura arrotolata su se stessa a formare piccoli vermicielli di pasta; fatte anche di pasta madre; alcune anche con la nutella su base salata.

Diciamo che devo correggermi.

Ho perso il rito della pizza tipico della mia infanzia ma l’ho riscoperto come punto di accomunamento uguale ma diverso, con la mia famiglia e non solo; condividere qualcosa che mi piace assieme ad altri e non solo crogiolarmi nel buon cibo.

C’è chi si è “sbattuto” a fare per me  la pizza,alcuni anche con la pasta madre; c’è chi ha assaggiato la mia pizza e ne è rimasto colpito; c’è chi ha mangiato una semplice pizza con me una sera come un altra rendendomi la persona più felice del mondo; c’è anche chi a scelto me come commensale per mangiare l’unica pizza che poteva mangiare durante tutto il mese.

Non è cambiato il rito, ne  è cambiata la forma; dopotutto se gli ingredienti sono quelli anche cambiando la forma , la pizza non è sempre pizza?

 

Il paradiso non è per tutti.

Ebbe inizio tutto qualche anno fa, 5 per la precisione; era una sera di settembre, piovosa, faceva un freddo cane. Quello che feci, mi portò ad essere il nemico numero uno, il bastardo, l’infame, quello che tutti odiano e da quel giorno che fui soprannominato…anzi no per ora non voglio svelarvi nulla, preferisco raccontarvi gli avvenimenti che mi portarono ad essere quello che sono ora.

Quella sera faceva freddo, pioveva e c’era vento; era tutto il giorno che non mi sentivo molto bene e girare di sera uscendo dall’ufficio non era uno dei miei sogni segreti, il fatto che qualsiasi negozio, bar, suprmecato fosse chiuso non aiutava, nemmeno un caffe caldo poteva venire in mio soccorso. Avrei dovuto aspettare alla fermata del pullman mezzo morto di freddo.
Qui la casualità giocò un tiro mancino nei miei confronti, o lo fece per chi fu coinvolto negli avvenimenti che seguirono. Fu esattamente in quel momento, in cui avrei preferito accasciarmi morto di freddo ad un angolo della strada, che una folata di vento portò al mio naso una zaffata dal profumo leggermente dolciastro, come di una cioccolata calda.
Iniziai a seguire il profumo, il vento arrivava da lontano dato che dovetti superare 4 isolati prima di trovare il posto da cui arrivava una tale fragranza celestiale.
Entrai, e fui subito avvolto,accolto e coccolato da un abbraccio di tepore; cioccolato caldo e brioches mescolato ad un sentore di arcobaleno, di luce multicolore, di uccellini cinguettanti e di amore a profusione. Ero in paradiso
Si il freddo mi stava dando particolarmente alla testa, o almeno e quello che credo ancora adesso.

Ero li che mi crogiolavo nel caldo, intanto mi avvicinavo ad una vetrinetta di cristallo contenente qualsiasi leccornia inventata dagli albori della storia.

Il posto era affollato, tante persone mi circondavano, tutte sorridenti; e come non si farebbe a sorridere in una pezzo di paradiso come quello? Bastava solamente sfilare il portafoglio e anche io avrei fatto parte di siffatto paradiso.

Ma ovviamente non tutto poteva finire in bellezza…a cusotodia di quel paradiso c’era il peggiore dei demoni, il male incarnato, la bestia immonda, il gran bastardo…nonchè cameriere caposala di quel posto, che successivamente capii frequentato dai peggio fighetti della città.

COn aria scocciata e schifata, me lo ricordo come fose allora:
“Ehi tu, qui non facciamo la carità vattene o chiamo la polizia e non toccare la vetrinetta che la sporchi”- disse il granbastardo
“ehmm ma anche io vorrei fare parte di questo pezzo di paradiso, vorrei solo sedermi e prendere una decina di fette di torta con della panna, e magari qualche biscottino con della cioccolata” – risposi io con voce tremante
“Non puoi sederti, da come vesti non sembri poterti permettere quello che offriamo”- rispose lui sorridendo e mostrando tutti i 124 denti, si ne aveva 124 non so come fosse possibile ma cosi era.

Il grande infame fece un gesto e da dietro una porta nascosta apparvero due energumeni completamente estranei al luogo; altamente tozzi ed enormemente magri, faccie sfreggiate e capelli militarmente acconciati; vestiti di vestiti dozzinalmente fighetti e catene d’oro.

Loro tre erano fermi difronte a me dietro di loro si estendeva a perdità d’occhio il paradisao che a me era precluso, espiare le mie colpre non sarebbe servito. Non potevo entrare.

Il paradiso non è per tutti.

Fu allora che presi la decisione che mi rese quello che sono ora. Se io non potevo avere almeno un pezzettino di paradiso, tutto il locale avrebeb avuto un assaggio di inferno.

Non ebbi esitazioni, quello che feci fu silenzioso ma letale. Mentre mi giravo per uscire emisi una letale,ma non rumorosa, fuorisucita di gas intestinale.

Per un attimo prima di uscire mi fermai ad osservare la scena: colpi di tosse convulsi, conati di vomito, lacrime di sangue, cani che fuggivano all’impazzata; il giorno dopo lessi sul giornale che per motivi igenici dovettero buttare tutto il cibo presente nel locale e arieggiare per molti giorni tutte le stanze. Non fecero il mio nome, si parlava solo di un non meglio identificato scherzo di cattivissimo gusto(e io aggiungerei: di odore anche peggiore).

Questo fu come inventai la puzzetta silenziosa e letale, si lo inventata e brevattata io; ogni volta che ne fate uso mi arrivano dei soldi a casa.
Un giorno magari vi dirò come ho simulato un terremoto e fatto evacuare un intero palazzo.

Da allora di strada ne ho fatta e di soprannomi me ne hanno dati tanti: mister silenzioso e letale, capitan flatulenzio, rombo di culo, aereo-che-passa-a-bassa-quota, terremoto, hai-mai-ballato-in-una-notte-di-flatulenza,lo scorreggione, fiammata letale(questo quando venni sfidato ad appiccare un incendio).

Ora passo il mio tempo a far annusare un pezzo di “inferno” ai malcapitati abitanti della città,sei alla fermata del pullman senti strani odori? Probabilmente ero io che volteggiavo a qualche isolato di sistanza.
Senti un aereoplano a bassa quota che fa casino? Mi spiace per te ma non era un aereoplano.
Sei al ristorante con tutta la famiglia a goderti il pranzo di Natale? Io sono li a rovinarvelo “suonando” Jingle Bells.

Ora vi lascio e sperate di non incontrarmi.

Per te ho cantato sotto la pioggia

Ci siamo conosciuti 4 anni fa, o forse erano 3? Il tempo mi gioca brutti scherzi ultimamente. Era estate e faceva caldo. Non avrei mai pensato di poterti piacere e quindi  mi sono limitato alle solite frasi di cortesia “Ciao come va?” , tu ogni volta mi rispondevi con un “Ciao, tutto bene” e nel rispondere ti si illuminavano gli occhi. In quel periodo non penso di averti mai vista triste o arrabbiata, ti muovevi come a passo di danza e nel mentre sorridevi.

Sorridevi se ti trattavano con cortesia e sorridevi anche se ti trattavano in maniera sgarbata. Mi piaceva il tuo modo di rapportarti a chi ti corcondava.

Poi un giorno, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi hai chiesto se volevo andare a mangiare qualcosa fuori, la sera.

“Che ne pensi di un hamburger? Conosco un posto dove li fanno molto buoni”

Per un attimo mi ricordo di aver balbettato, forse la risposta ha faticato un attimo ad uscire; tra me e me pensavo “Wow veramente mi ha chiesto se voglio andare a mangiare qualcosa con lei?”

Dopotutto credevo di essere  il tipo di persona a cui una ragazza non chiede una cosa simile, sopratutto se mi conosce poco; si lo so era solo una cena a base di hamburger e patatine, ma per me era importante. Ho accettato e forse non sai, che quella volta hai fatto di me la persona più felice del mondo.

Quella sera ho scoperto che avevamo qualche passione in comune; ti piacevano i videogiochi, ti piaceva leggere, ti piacevano il fantasy e la fantascienza.

Però sopratutto vivevi per la danza e che avresti danzato per sempre se avessi potuto.

Mi hai anche parlato dei tuoi problemi, di cosa non ti andava bene nella vita, di cosa avresti voluto cambiare e di qualche tuo progetto futuro.

Abbiamo continuato a chiaccherare per tutta la serata fino a casa, anche tu abitavi fuori città a pochi chilometri da me e abbiamo continuato a parlare per tutto il tragitto.

Io comunque più che parlare ti ho ascoltato, mi piaceva sentirti parlare della tua vita, mi piaceva ascoltarti.

Dopo quel giorno hai cominciato ha chiedermi se magari volevo venire a mangiare qualcosa con te dopo il lavoro o magari se uscivamo nei week end. Ti interessavi a quello che facevo, venivi con me in fumetteria o in libreria e mi chiedevi che videogiochi mi piacessero, ed io ero sempre più felice di aver incontrato una ragazza che si interessasse a quello che mi piaceva, a quello che facevo. Ti andava bene anche se ci facevamo solamente due passi in centro e non mi ha mai dato fastidio aspettarti quando magari ti fermavi in un negozio.

Lo so che mi consideravi solo un amico, ma io speravo e sognavo.

Mi ricordo quella volta al salone del libro, pioveva gia dalla mattina durante la coda per entrare; quando siamo usciti la pioggia si era trasformata in un diluvio e io come al solito ero senza ombrello; ci siamo completamente inzuppati però almeno i libri si sono salvati.

Ancora rido pensando che all’uscita sotto la pioggia mi sono messo a ballare e a cantare “Singing in the rain” con tanto di base sul cellulare. Non sono alla pari di Gene Kelly,i miei passi erano quelli di un pinguino goffo e la mia voce non è un granchè, pero ridevi e ridevi. E la pioggia era come se non ci fosse.

Forse è stato proprio da quel giorno sotto la pioggia che ho iniziato ad essere un po’ meno chiuso e a parlarti di me, senza limitarmi ad ascoltarti. Ti ho raccontato le cose belle della mia vita e quelle brutte; fatti della mia vita che non ho mai detto  nessuno, che nemmeno la mia famiglia conosce; mi faceva piacere condividere con te la mia vita, come non avevo fatto con nessun altra.

Dopo quel giorno volevo fare qualcosa che ti piacesse davvero; piccole cose, ma che sapevo avresti apprezzato e che ti avrebbero fatta sentire speciale; come quel pomeriggio, se non ricordo male era il tuo compleanno, ero riucito ad organizzare un giro in un mercatino dei fiori, seguito da un tour di un mercato di vestiti vintage e una visita ad un museo della cipria, il tutto seguito da prove di essenze in una delle migliori profumerie di Torino.

Per qualche mese mi sono sentito felice, pensavo realmente di piacerti.

Poi un giorno ho deciso di regalarti delle rose, tre per la precisione; non sono solito fare regali simili quindi pensavo che tre rose andassero bene. Scherzando ti dicevo sempre che è meglio regalare una pianta che dura di più. Ho fatto recapitare i fiori in ufficio, con un biglietto anonimo; sul biglietto c’era una frase in modo che capissi che ero stato io.

Mi hai ringraziato e mi hai anche detto che per te ero solo un buon amico. Però hai smesso di parlarmi , o quasi, per i 6 mesi successivi.

Se ho commesso un errore non riesco ancora adesso a capirlo. Dove ho sbagliato?

Credo che l’anno seguente hai voluto provare a farti perdonare organizzando la mia festa di compleanno a sorpresa, non so cosa ti passasse per la testa e non penso che hai capito quanto male mi hai fatto l’anno precedente. Male quasi fisico, da togliere il respiro, male nel sentire il cuore che va a mille o di sentirlo che rimbomba cupo all’interno del petto, male nel non riuscire a dormire bene, male nel non riuscire a mangiare perchè lo stomaco va per i fatti suoi, male nel mangiare troppi dolci sfogando nel cibo la tristezza, male per aver capito che per te ero importante solo quando potevo ascoltare i tuoi problemi e di non contare nulla nemmeno come amico.

Mi ha fatto stare male, però vorrei anche ringraziarti.

Grazie perchè mi hai fatto capire che non sono la persona arida che credevo fossi. Fatico gia con l’amicizia, figuriamoci con qualcosa di più complesso. Mi fa strano poter scrivere amore; forse era solo all’inizio, un germoglio, però si credo fosse amore. Anche solo il male che ho sentito quando hai deciso che non esistevo più mi ha fatto capire che sono tutt’altro che arido.

Grazie per avermi fatto capire che l’amore (ovviamente era unidirezionale, in questo caso) non è solo una questione fisica, ma anche di  mente e cuore; amore vuol dire anche condividere quello che si è, condividere le proprie esperienze; condividere quello che molte persone definiscono il proprio bagaglio.

“Ecco, questo sono io e questo è quello che ho dentro di me” [intanto idealmente mostro la mia carta di identità, spero che renda l’idea di cosa intendo per condividere]

Mi faceva piacere condividere con te quello che sono e quello che mi porto appresso.

Grazie perchè finalmente ho capito appieno che cosa è l’amicizia;  usando dei temini tecnici, è una comunicazione bi-direzionale. Nel caso più semplice è composta da due soggetti, in assenza di feedback la comunicazione è assente; sicuramente avrai avuto i tuoi buoni motivi per interrompere questa comunicazione.

Ogni tanto ti scrivo su fb per sapere come ti va la vita, mi rispondi sempre in maniera cordiale ma nulla di più. Ogni tanto spero ancora di ricevere un tuo messaggio, ma per ora sono state solo speranze vane; ma per te sono diventato cosi invisibile che non riesci a scrivermi anche solo un “Ciao” di tua iniziativa? Hai forse dimenticato le risate che ci siamo fatti? E i sabato pomeriggio passati  a gironzolare senza una meta per torino e a chiaccherare del più e del meno? Veramente per te non ero altro che la persona con cui sfogarsi dei propri problemi  e dalla quale sentirsi dire che “va tutto bene”?