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Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

per tanti anni non ti ho mai chiesto nulla di materiale, avevo tutto quello che potesse servirmi. Non sono ricco, ma posso permettermi anche il superfluo. Sapendo di non aver bisogno di nulla, ti ho sempre chiesto una possibilità. Se ora mi stai chiedendo di che possibilità si tratti, vuol dire che non mi hai mai ben ascoltato. Quello che avrei sempre voluto è la possibilità di amare ed essere ricambiato.

Non l’amore che si può avere in famiglia o con gli amici più cari, quello non mi manca di certo. L’amore di cui parlo è quello di cui parlano i poeti. Per cui si sono scritte canzoni e poemi epici. Si esatto, l’Amore con la A maiuscola.

Avrei voluto questa possibilità, nel bene e nel male. Provare tutto quello che c’è di bello nell’amore ma anche quello che c’è di brutto. Non ti ho mai chiesto di avere tutto e subito e sopratutto non ti ho mai chiesto di avere solo il bello dell’amore.

Non pretendo di trovare l’anima gemella o l’altra metà della mia mela, anche perchè entrambe le metafore le considero delle cazzate. Non voglio aver nessuna gemella, sai che noia? E sopratutto non voglio una mezza mela.

Probabilmente mi sono sempre spiegato male io; quindi ecco perchè, forse, mi hai sempre e solo dato la parte brutta? Quella in cui senti il cuore che scoppia e sai che il tuo amore non verrà mai corrisposto.

Sono sempre stato un sognatore, come tale pensavo che se mai avessi avuto questa possibilità mi sarebbe piaciuto molto poter costruire qualcosa di più consistente e duraturo e magari un giorno anche avere un figlio.

Mi sa che però allora non sono mai stato meritevolte di quanto ti ho sempre chiesto, però mi sarebbe piaciuto almeno sapere il perchè.

Comunque quest’anno, non voglio più la possibilità di essere amato e ricambiato. No caro Babbo Natale, quest’anno voglio un Black Lotus. Tre mana di qualsiasi colore ad inizio turno sono più forti di qualsiasi amore.

 

 

Mi rimarrete nel cuore maledetti stronzi

Giacca. Cravatta. Il mio completo gessato. La mia camicia porta fortuna viola.
Quella mattina di dicembre ero al quarto colloquio di lavoro e mi stavo avvicinando agli uffici del quinto colloquio. Mentalmente ripassavo quello che avevo ripetuto fino alla nausea quel giorno e nei giorni passati: chi sono, cosa ho studiato, cosa ho fatto, dove voglio andare. Voglio solo uno stipendio non basta mai come risposta.
Mi sentivo pronto ad affrontare chiunque mi si fosse parato davanti, per sicurezza però era meglio rileggere il nome dell’azienda e con chi avrei dovuto sostenere il colloquio. Una cosa che mi ricordo di quel periodo e che portavo in tasca foglietti, tanti foglietti, sui cui scrivevo qualche informazione sui colloqui da sostenere: nome azienda, nome intervistatore e qualche informazione su cosa faceva l’azienda.

Quell’ultima azienda in particolare mi faceva storcere il naso, non a caso avevo fatto mettere il colloquio dopo altri quattro. Gia il nome mi sembrava molto arrogante e poi era una web agency, in quel periodo “web agency” per me voleva dire fare un passo indietro piuttosto che uno avanti. Con arroganza pensavo che il web fosse lo scalino più basso del lavoro di programmatore.   Fortunatamente da li a qualche mese mi sarei dovuto ricredere.
Percorsi velocemente gli ultimi metri che mi separavano dal portone in cui sarei dovuto entrare. Entrai nel palazzo, potevo ancora permettermi di fare le scale quasi di corsa e due gradini alla volta. All’entrata negli uffici fui accolto da quello che potrei definire un “caos buono”: gente che parlava normalmente, qualcuno che forse litigava pacatamente, alcune risate, della musica; magari c’era, ma non percepivo la tensione a cui mi ero abituato nei quattro anni precedenti. Mi passò anche per la mente che forse non sarebeb stato troppo male lavorare li.

Il colloquio comunque partì per il verso sbagliato, fui completamente spiazzato; magari fu volontario oppure no, l’intervistatore dopo essersi presentato mi disse:”Non ci servi ma comunque il colloquio lo facciamo lo stesso”. Probabilmente rimasi senza parole per un attimo.

Alcuni giorni dopo fui richiamato e accettai quello che mi veniva offerto. L’11 Dicembre 2009 cominciò la mia avventura in Domino.
Poco tempo dopo capii che lavorare per una web agency non era male come pensavo, mi si aprì un mondo che non avevo mai immaginato esistesse. Fino ad allora conoscevo solo quello che l’informatica offriva sul web, ma era solo la punta dell’iceberg. Non avrei mai potuto immaginare che fosse cosi articolato, cosi pieno di sfaccettature. Non era solo informatica, erano anche immagini, video, contenuti, interazione, storie, persone. Credo di aver imparato più nel primo anno in Domino che nei quattro precedenti in Eni, non limitandomi a rimanere chiuso all’interno di poche linee di codice.

Non sono stati solo rose e fiori, momenti in cui quello che faccio  è il lavoro più bello del mondo. Ci sono stati anche problemi e litigi, momenti in cui avrei voluto mandare al diavolo tutto e tutti. Belli o brutti sono stati tutti momenti che mi hanno arricchito e non sarebbe mai successo se quel giorno di dicembre non avessi scelto di provare a cambiare.

Non faccio “passaggi di consegne”, scrivo manuali di sopravvivenza.

Regola 1: se il progetto non è nell'elenco, allora accendete un cero alla vostra entità sovrannaturale preferita.

Regola 2: il codice è autoesplicativo, i commenti non servono.


Regola 3: se cerchi il file con tutto l'elenco dei nominativi 2016/2017, è sul mio desktop, assieme ad altri 50000 file, rinominato con una sequenza random di caratteri a me sconosciuti e crittografato a doppia chiave asimmetrica

Regola 2 bis: la chiave di decript è in fondo alla fossa delle Marianne

Regola 4: è mia regola di vita rendere il codice inleggibile.

Regola 4 bis: le parentesi graffe vanno sempre a capo.

Regola 5: nel dubbio chiedi un time macchine a sistemi

Regola 6: se hai dubbi o vuoi solo insultarmi, chiamami a qualsiasi ora all'144 14 14 14, se trovi occupato riprova.

Regola 7: i miei cicli iterano per false

Regola 7 bis: ma non tutti, ogni tanto iterano anche per true

Regola 8: adoro tutte quelle che sono abbreviazioni di codice tra cui if e for in linea, ovviamente ne ho fatto abbondante uso nei miei progetti

Regola 8: per me l'ereditarietà è sopravvalutata

Regola 8 bis: sono abbondante ed espansivo io...è abbondante ed espansivo anche il mio codice.

Regola 8 bis bis: ogni progetto sono almeno 10000 righe di codice

Regola 9: con l'uso appropriato dei tre paradigmi fondamentali e indissolubili della OOP le linee di codice si ridurrebbero a meno di 500

Regola 10: il mio codice contiene easter egg che si attivano random durante tutto l'anno, se li trovi tutti diventerai il re dei pirati

Regola 11: la Valle d'Aosta non esiste, NON esiste

Regola 12: nel dubbio è colpa di sistemi

Regola 13: il random va da 1 a [fino a che non saturo la grandezza di una variabile] -1 e lo moltiplico per 2, o almeno ci provo

Regola 14: tutta la documentazione dei miei progetti è in fermo posta a Zanzibar

Regola 15: l'integrità referenziale dei db...cos'è?

Regola 16: io NON ho mai abbattuto dei server di una nota azienda del settore automobilistico mondiale

Regola 16 bis: se trovi delle mail che dicono il contrario, stanno mentendo

Regola 17: in caso di dubbi su chi deve fare cosa, se non riesci a scaricare il problema su sistemi, prova a passare ai frontender

Regola 17 bis: nel caso che nemmeno i frontender riescano ad aiutarti, fai escalation fino ad arrivare alle signore delel pulizie

Regole 17 bis bis: se nemmeno cosi riesci a scaricare il problema, nel secondo cassetto della mia scrivania, nascoste sotto la cartaccia, ci sono delle pastiglie che ti fanno morire per un paio di giorni...poi risorgi, credici.

Regola 18: una gamba rotta, alcuni giorni prima di una consegna fa la sua bella figura.

Regola 19: non insultare Barbara, MAI.

Regola extra 1: se vuoi far funzionare al meglio i tuoi progetti, asseconda sistemi.

Regola 20: non mettere mai nelal riffa quelo che non vorresti ricevere l'anno dopo.

Regola 21: alle feste aziendali allunga i cocktail con alcool extra

Regola 22: il db, nel dubbio lo ha fatto un altro

Regola 23:qualsiasi cosa può essere risolta con un flusso json e una paginetta aspx che lo stampa in pagina

Regola 24: CTRL+C e CTRL+V di 400000 righe da un foglio excel a un database? SI PUO FARE.

Regola 25: durante la messa online di un progetto MAI e ripeto MAI fare la TRUNCATE di una tabella a meno che tu non voglia perdere riferimenti di tutte le righe presenti.

Regola 26: gli ambinti di TEST, GOLD e PRODUZIONE non sono allineati

Regola 26 bis: ogni ambiente ha un suo particolare funzionamento non riscontrabile sugli altri ambienti.

Regola 27: una volta ho scritto mezza paginetta di documentazione, in patois (leggasi patuà)

Regola 28: per rendere più simpatico il mio codice, prima di andarmene ho inserito dei ; (puno e virgola) a caso all'interno del codice.

Regola 29: tutte le variabili sono GLOBAL e PUBLIC



Urgenza /ur·gèn·za/ (quella volta in cui me la sono quasi fatta addosso)

Il vocabolario mi dice che la parola “urgenza” è un sostantivo femminile, il significato che più si avvicina alla mia necessità è: Il fatto, la condizione di essere urgente; situazione che richiede interventi immediati e rapidi.

Per la precisione il fatto, o la situazione, che necessitava la mia urgenza era l’andare in bagno alle 4 del mattino, di corsa; molto di corsa.

Ma quella notte non era una notte come le altre, qualcosa di strano stava succedendo.

I fatti che si susseguirono hanno un che di fantastico e onirico, soprattutto onirico come capii poi alla fine.

Apro gli occhi perchè un bisogno impellente mi chiama verso il bagno, devo fare pipi.

Metto i piedi giu dal letto e prendo la mia lampada portatile.

Prima di continuare aggiungo solo che la lampada portatile è utilizzata per non sbattere in giro per casa e per non calpestare il gatto che dorme dove capita.

Comunque riprendo il resoconto; metto i piedi giu dal letto e accendo la luce della lampada portatile. La lampada fa uno sbuffo infastidita, poverina stava dormendo.

Vado verso il bagno e accendo la luce. Sulle pareti le pistrelle fanno la ola accompagnate da un “Olè” alla mia apparizione.

Supero il bidet che mi saluta: “Buongiorno signore”.

Arrivo al gabinetto e sollevo la tavoletta, mi accingo a fare pipi finalmente. Nel mentre il gabinetto sghignazza. Ridi ridi stronzo, io magari lo avrò anche piccolo, ma non mi pare che tu abbia qualcosa che si avvicini anche lontanamente ad un organo di riproduzone.

Il water continua a sghignazzare, le piastrelle trattengono il sospiro e smettono di fare la ola, la lampadina della plafoniera allunga il collo per vedere meglio, gli spazzolini aprono l’antina del mobiletto sopra il lavandino, il lavandino con i tappi nelle orecchie continua a sonnecchiare ronfando pesantemente,  il bidet da di gomito alla lavatrice e la sveglia :”Guarda guarda la sta per fare”.

Sento che tutta la tensione accumulata sta per rompersi e defluire verso il basso, lascio andare e la prima goccia cade al rallentatore. Tutti attorno a me fanno un “ohhhhhh” di stupore, al rallentatore.

La prima goccia non ha ancora toccato l’acqua, tutti attorno a me rallentatorizzano il loro stupore e  mi viene in mente che il bidet mi ha dato del “signore”. Blocco tutto. La goccia tocca la superfìcie dell’acqua. Un “pling” rimbomba per tutto il bagno. Sento un leggero bruciore, la tensione accumulata dovrà aspettare.

“Signore”?????? Bhe forse si, dopotutto tu sei nato dopo di me, avevo 14 anni quando ti abbiamo acquistato nel negozio di sanitari. Mi guardo attorno e mi sorgono alcuni altri dubbi. Tra me e me mi chiedo “sogno o son desto?”.  Tutto attorno a me comincia a ridere e ridere…mi sveglio di colpo, sono ancora a letto. La mia urgenza è ancora fortunatamente li in attesa. Senza accendere la luce corro in bagno e fortunatamente questa volta niente sembra prendere vita.

 

 

 

Il peso

In fisica la forza-peso, o più comunemente chiamata peso, è la forza che il campo gravitazionale della terra esercita su di un corpo avente massa. In questo caso, dato che vi trovate sul mio blog, la forza-peso descrive l’interazione gravitazionale che c’è tra la mia massa e la massa del pianeta Terra.

In pratica, più un oggetto è grande(e quindi ha più massa) più la forza-peso sarà maggiore.

Ma questo non mi impedisce di amare con tutto me stesso, anche se molte persone pensano il contrario. Non ho mai capito perchè avere un interazione-gravitazionale troppo elevata possa limitare la propria capacità di amare.

Potrei urlarlo ai quattro venti

“Ti Amo e vorrei restare con te fino a che non saremo vecchi e rincoglioniti”

Potrei scriverlo sui muri, tatuarmelo sulla schiena o cantarlo sotto la tua finestra, ma non servirebbe a nulla.

Sono sovrappeso lo so, me ne rendo conto.

Ma essere un ciccione, mi rende peggiore di persone che esagerano con l’alcool? O che magari fumano? O, peggio ancora, che sfogano la propria rabbia picchiando il prossimo?

Oppure è solo perchè le forme di una persona sovrappeso non sono belle da vedere? Chi porta avanti la battaglia del siamo tutti uguali , si ferma quando una delle variabili in gioco va troppo al di fuori del pensiero comune? “Va bene se sei sovrappeso, ma se hai una gravità tutta tua mi fa un po’ schifo, si però attenzione mi fai solo schifo nel range che va da sovrappeso a chiattone, che sia chiaro”. E se fossi un pastafariano, sarei considerato “ok per il pensiero comune” oppure potrei finire nel calderone del troppo strano per essere accettato?

Sto provando a cambiare, per me è una cosa “di testa”; sfogo paure e depressioni con il cibo e la maggior parte delle volte vorrei solo essere abbracciato forte forte e sentirmi dire che va tutto bene e che sono bello anche cosi come sono.

 

 

 

Alieni

Se ci fossero gli alieni: esseri capaci di varcare distanze che per noi sono impensabili quindi in possesso di tecnologie per noi inconcepibili, semplicemente se ne strafotterebbero dei governi.

Scenderebbero, direbbero “mio” e tutti a casa.

(cit. non ricordo più di chi)

Profumavi di biscotti

Questa notte, per l’ennesima volta ti ho sognata. Vestiti elegantemente ci rincorrevamo ridendo, sotto portici infiniti e piazze sconfinate, su stradine labirintiche; nel tuo vestito da sera, correvi quel tanto che bastava per non farti raggiungere; ogni tanto ti voltavi e potevo vedere il tuo bel sorriso dolce e le tue guance colorate di rosso nello sforzo della corsa, anche se io speravo che il rossore fosse per la mia presenza.

Io a pochi passi da te, ti seguivo con la mia corsa lenta ed impacciata. Intanto ridevamo e ridevamo. Correvi e io ti seguivo in mezzo a paesaggi sfumati dal sogno, persone, strade, case, suoni e colori, tutte cose indistinte intorno a noi. L’unica cosa definita eri tu, nei momenti in cui non riuscivo a vederti seguivo la tua risata cristallina e la tua voce.

Il sogno è andato avanti cosi per un po’ , come se avessi dormito per anni e corso per un eternità. Alla fine però ti sei fatta raggiungere, su questo non ho dubbi; per un po’ abbiamo corso e poi camminato uno a fianco all’altra, senza sfiorarci, lo sguardo rivolto in avanti. Abbiamo proseguito accontentandosi solo della presenza reciproca.

Sotto un portico ci siamo fermati, mi hai preso per un braccio e gentilmente mi hai fatto girare verso di te. La cosa che mi ricordo di quel momento e che profumavi di biscotti. Mi hai preso per mano e mi hai sussurrato qualcosa, piano piano e io ho sorriso. Non ricordo cosa tu mi abbia detto, so solo che in quel momento il sogno è diventato leggermente più vivo, più colorato, i contorni meno effimeri e i suoni più decisi.

Mi sono svegliato con la sensazione di aver perso qualcosa di importante.