Archivio mensile:febbraio 2016

Il paradiso non è per tutti.

Ebbe inizio tutto qualche anno fa, 5 per la precisione; era una sera di settembre, piovosa, faceva un freddo cane. Quello che feci, mi portò ad essere il nemico numero uno, il bastardo, l’infame, quello che tutti odiano e da quel giorno che fui soprannominato…anzi no per ora non voglio svelarvi nulla, preferisco raccontarvi gli avvenimenti che mi portarono ad essere quello che sono ora.

Quella sera faceva freddo, pioveva e c’era vento; era tutto il giorno che non mi sentivo molto bene e girare di sera uscendo dall’ufficio non era uno dei miei sogni segreti, il fatto che qualsiasi negozio, bar, suprmecato fosse chiuso non aiutava, nemmeno un caffe caldo poteva venire in mio soccorso. Avrei dovuto aspettare alla fermata del pullman mezzo morto di freddo.
Qui la casualità giocò un tiro mancino nei miei confronti, o lo fece per chi fu coinvolto negli avvenimenti che seguirono. Fu esattamente in quel momento, in cui avrei preferito accasciarmi morto di freddo ad un angolo della strada, che una folata di vento portò al mio naso una zaffata dal profumo leggermente dolciastro, come di una cioccolata calda.
Iniziai a seguire il profumo, il vento arrivava da lontano dato che dovetti superare 4 isolati prima di trovare il posto da cui arrivava una tale fragranza celestiale.
Entrai, e fui subito avvolto,accolto e coccolato da un abbraccio di tepore; cioccolato caldo e brioches mescolato ad un sentore di arcobaleno, di luce multicolore, di uccellini cinguettanti e di amore a profusione. Ero in paradiso
Si il freddo mi stava dando particolarmente alla testa, o almeno e quello che credo ancora adesso.

Ero li che mi crogiolavo nel caldo, intanto mi avvicinavo ad una vetrinetta di cristallo contenente qualsiasi leccornia inventata dagli albori della storia.

Il posto era affollato, tante persone mi circondavano, tutte sorridenti; e come non si farebbe a sorridere in una pezzo di paradiso come quello? Bastava solamente sfilare il portafoglio e anche io avrei fatto parte di siffatto paradiso.

Ma ovviamente non tutto poteva finire in bellezza…a cusotodia di quel paradiso c’era il peggiore dei demoni, il male incarnato, la bestia immonda, il gran bastardo…nonchè cameriere caposala di quel posto, che successivamente capii frequentato dai peggio fighetti della città.

COn aria scocciata e schifata, me lo ricordo come fose allora:
“Ehi tu, qui non facciamo la carità vattene o chiamo la polizia e non toccare la vetrinetta che la sporchi”- disse il granbastardo
“ehmm ma anche io vorrei fare parte di questo pezzo di paradiso, vorrei solo sedermi e prendere una decina di fette di torta con della panna, e magari qualche biscottino con della cioccolata” – risposi io con voce tremante
“Non puoi sederti, da come vesti non sembri poterti permettere quello che offriamo”- rispose lui sorridendo e mostrando tutti i 124 denti, si ne aveva 124 non so come fosse possibile ma cosi era.

Il grande infame fece un gesto e da dietro una porta nascosta apparvero due energumeni completamente estranei al luogo; altamente tozzi ed enormemente magri, faccie sfreggiate e capelli militarmente acconciati; vestiti di vestiti dozzinalmente fighetti e catene d’oro.

Loro tre erano fermi difronte a me dietro di loro si estendeva a perdità d’occhio il paradisao che a me era precluso, espiare le mie colpre non sarebbe servito. Non potevo entrare.

Il paradiso non è per tutti.

Fu allora che presi la decisione che mi rese quello che sono ora. Se io non potevo avere almeno un pezzettino di paradiso, tutto il locale avrebeb avuto un assaggio di inferno.

Non ebbi esitazioni, quello che feci fu silenzioso ma letale. Mentre mi giravo per uscire emisi una letale,ma non rumorosa, fuorisucita di gas intestinale.

Per un attimo prima di uscire mi fermai ad osservare la scena: colpi di tosse convulsi, conati di vomito, lacrime di sangue, cani che fuggivano all’impazzata; il giorno dopo lessi sul giornale che per motivi igenici dovettero buttare tutto il cibo presente nel locale e arieggiare per molti giorni tutte le stanze. Non fecero il mio nome, si parlava solo di un non meglio identificato scherzo di cattivissimo gusto(e io aggiungerei: di odore anche peggiore).

Questo fu come inventai la puzzetta silenziosa e letale, si lo inventata e brevattata io; ogni volta che ne fate uso mi arrivano dei soldi a casa.
Un giorno magari vi dirò come ho simulato un terremoto e fatto evacuare un intero palazzo.

Da allora di strada ne ho fatta e di soprannomi me ne hanno dati tanti: mister silenzioso e letale, capitan flatulenzio, rombo di culo, aereo-che-passa-a-bassa-quota, terremoto, hai-mai-ballato-in-una-notte-di-flatulenza,lo scorreggione, fiammata letale(questo quando venni sfidato ad appiccare un incendio).

Ora passo il mio tempo a far annusare un pezzo di “inferno” ai malcapitati abitanti della città,sei alla fermata del pullman senti strani odori? Probabilmente ero io che volteggiavo a qualche isolato di sistanza.
Senti un aereoplano a bassa quota che fa casino? Mi spiace per te ma non era un aereoplano.
Sei al ristorante con tutta la famiglia a goderti il pranzo di Natale? Io sono li a rovinarvelo “suonando” Jingle Bells.

Ora vi lascio e sperate di non incontrarmi.

Panini mezzi masticati? No grazie(ma anche “Come ti allieto il sabato mattina”)

La storia che sto per narrarvi si è svolta molti anni fa, ormai si è quasi persa nelle pieghe del tempo. Narra di gesta eroiche, di eroi pronti a mettersi in mostra, di panini mezzi mangiati, di una lezione scolastica poco interessante e di un bustone formato famiglia di pop corn.

Questa storia è talmente indietro negli anni che potrei esserne il protagonista come potrei esserne solamente il narratore; potrei essermela inventata completamente o forse no? Non avete modo di saperlo, dovete fidarvi del vostro umile narratore.

Non è cosi che nascono le leggende metropolitane?

Ma non indugio oltre, lascio spazio alla storia che fu.

Era un sabato di scuola, la lezione di matematica era più noiosa del solito cosi decisi di convincere la professoressa a farmi fare un giro fuori dall’aula per tutto il resto della mattinata. Diciamo solo che per convincerla ho dovuto darle modo di cacciarmi.

Ebbene, finalmente dopo circa 40 minuti di lezione da quando ero entrato in classe, ero fuori, libero, leggiadro e saltellante per i corridoi della scuola: e ora? Mi ci voleva qualcosa che stimolasse la mia creatività, che mi divertisse. Ok avevo un idea,mi servivano solamente qualche eroe disposto a mettersi in mostra, un panino(che gia avevo anche se mezzo masticato in fondo alla tasca delal giacca) e sopratutto essere fuori dalal scuola.

Fu cosi che in un tripudio di acorbazie, gesti nobili, salvataggi al limite dell’umano, enigmi risolti, gesti atletici incredibili…io e altri 6 amici riuscimmo ad uscire dalla scuola per attuare il mio diabolico piano. Punto fondamentale di tutta l’operazione fu quello di distrarre il bidello a guardia della porta di entrata della scuola, con il panino mezzo masticato recuperato dal fondo della tasca. Aggiungo che non fu mia intenzione farlo chiudere in bagno, per la quasi totalità delle 24 ore successive a causa di una leggerissima dissenteria; il panino era nella mia tasca da nemmeno 2 settimane e credevo in tutta onestà che fosse ancora buono. Poi non è nemmeno colpa mia se lo ha “bevuto”; si avete capito bene, lo ha letteralmente bevuto altrimenti non mi spiegherei uan velocità simile, un battito di ciglia e il panino era bello che andato.

Gli storici che si occuperanno di redigere la cronaca di questi avvenimenti condanneranno gli eventi che accaddero? Questo non potevo saperlo, sapevo solo che sarei entrato nella leggenda per i secoli dei secoli.

Eravamo fuori, aria pulita (o quasi) , cielo azzurro, sole caldo, un po’ di arietta…che bella la primavera. Ma sopratutto di fronte a noi avevamo l’obbiettivo delle imprese compiute durante la mattinata. La macchina del professore.Una piccola macchinina di quelel vecchie, tenute in piedi dal nastro isolante e con a malapena il posto per il guidatore. Tenete a mente questo ultimio particolare, la macchina era piccola e “leggera”.

Avremo messo in atto uno scherzo; anzi no, non uno scherzo, ma LO scherzo definitivo, il non plus ultra degli scherzi; oltre a questo non c’è stato e non ci sarà nulla.

Fu cosi che con muscoli contratti al massimo, imprecazioni, incoraggiamenti, sforzi sovraumani, sudore…riuscimmo a spostare la macchina del professore. “Dove?” Mi chiederete voi; io ovviamente vi risponderei “In mezzo a quella strada ad un unica corsia”; mentre vi rispondo non fate caso a me e ai miei amici che ci allontaniamo con passo veloce e deciso.

Ora lasciamo i nostri eroi a sgranocchiare pop corn, lasciamoli riposare in un posto appartato quel tanto che basta per non essere visti, ma al tempo stesso godersi lo spettacolo del professore che tentava di giustificare la coda dietro la sua auto alle forze dell’ordine di passaggio.

Lasciamoli nella dissolvenza fumosa del tempo che fu, lasciamoli entrare nella leggenda;lasciamoli tornare a riposare in fondo alla memoria, lasciamoli li in un ultimo bagliore di giovinezza e spensieratezza. Lasciamoli li a rimanere giovani, spensierati come non lo saranno mai più.